INTERVENTI PER OTTENERE UN PERFETTO BONSAI
INTERVENTI PER OTTENERE LO SVILUPPO EQUILIBRATO DI UN BONSAI
Prof. Augusto MARCHESINI – Libero Docente di Chimica agraria dell’Università di         Milano

Importanza dei fattori naturali

La crescita di alberi, coltivati come bonsai, richiede cure particolari che si basano sulla conoscenza dei fattori naturali. Tali fattori sono essenziali per uno sviluppo armonico ed equilibrato dei bonsai che, infatti, vivono in vasi poco profondi e in una miscela di terriccio speciale, il quale deve possedere sufficienti e adeguate riserve nutritive.
I principali fattori naturali alla base della coltivazione bonsai sono, oltre alla buona illuminazione,  le proprietà idriche, fisiche, chimiche e microbiologiche del suo terriccio.
Le proprietà idriche sono fondamentali per lo sviluppo del bonsai e devono essere sempre entro limiti ottimali. La struttura del terriccio delle piante coltivate in vaso (disposizione spaziale delle particelle) deve consentire il passaggio dell’acqua e dell’aria, qualità essenziale per la salute e lo sviluppo delle radici.
Un altro fattore molto importante è il contenuto di sali minerali, che devono essere presenti nel terriccio bonsai in concentrazioni ottimali per il suo sviluppo vegetativo. I tenori di azoto, di fosforo, di potassio vanno studiati per ogni specie di albero, secondo le esigenze nutritive del vegetale stesso.
Il terriccio bonsai inoltre è sede di una microflora che agisce in simbiosi con l’apparato radicale; da una parte l’albero fornisce gli zuccheri e degli escreti acidi radicali, dall’altra i microrganismi solubilizzano le sostanze minerali del terreno. Esse (talvolta) sono poi assorbite dalle ife dei funghi micorizzici e successivamente le sostanze minerali presenti nelle ife del fungo sono messe a disposizione del bonsai (ciò è ben visibile alla ripresa vegetativa, quando la pianta necessita di sostanze nutritive per l’accrescimento primaverile).
Molta importanza riveste quindi la “tessitura” del miscuglio, con i suoi costituenti: argilla, limo e sabbia. Detti costituenti sono utili nella preparazione del letto di crescita del bonsai.
Un componente importante del terriccio è costituito dall’humus (polimero di sostanze naturali dopo la degradazione ossidoriduttiva della sostanza organica stessa). La sua presenza è utile al mantenimento della riserva idrica, chimica e fisica necessaria per la microflora, sia batterica, sia fungina, che vive nel vaso bonsai.

 

Descrizione dei principali interventi necessari allo sviluppo equilibrato del bonsai

  1. Illuminazione corretta

  2. Preparazione del terriccio per il vaso da coltivazione

  3. Stadi di sviluppo dell’apparato aereo

  4. Sviluppo dell’apparato radicale

  5. Tecniche di potatura della chioma del bonsai

  6. Epoca ottimale di potatura

  7. Trapianti

  8. Concimazione del terriccio bonsai

  9. Trattamenti antiparassitari.

Preparazione del terriccio per il vaso da coltivazione
Il terriccio per bonsai viene suddiviso in tre grandi gruppi, in base alla struttura prevalente:
1 – sciolto
2 – di medio impasto
3 – compatto
Qualora sciolto, il terriccio risulta poco fertile per la scarsa presenza in esso di sostanze colloidali. Questi terricci, ricchi di sabbia grossa e fine sono quasi sempre calcarei. In estate le piante vi appassiscono facilmente perché le sabbie non hanno la capacità di trattenere dell’acqua. La correzione di detti terricci richiede l’aggiunta di molto compost oppure un adeguato apporto di materiale compatto limo-argilloso.
I terricci di medio impasto (terriccio normale) sono i migliori per la coltivazione bonsai, poichè contengono terra ricca di argilla con humus e limo.
La composizione di un buon substrato è di norma la seguente: sabbia grossa e fine 60%, argilla 20%, calcale 10%, humus 10%.
I terricci compatti sono quelli pesanti, adesivi, tenaci e plastici. Contengono limo e argilla, ma con acqua igroscopica, che non viene ceduta facilmente alle radici. Sono richiesti forti apporti di compost o altri ammendanti o correttivi per migliorarli; lo strato fertile risulta assai sottile.
L’argilla è un insieme di particelle finissime addensate le une alle altre. Aderisce agli attrezzi di lavoro, si impasta con l’acqua e non la cede. Asciugata dal sole e dal caldo diventa dura e compatta come un mattone.
Il limo è costituito da complessi umo-argillosi.
La sabbia è soprattutto silice più o meno fine, che non aderisce a nulla e non trattiene l’acqua, ma la filtra, lasciandola scorrere e scendere per gravità. Essa ha poca fertilità, per cui va corretta con abbondante compost e con terriccio limoso-argilloso.
Il calcare è costituito essenzialmente da carbonato di calcio polverulento; essiccato al sole esso non diventa “mattone”, ma può lasciare “macchie” biancastre sulla chioma e sul vaso, se il bonsai viene innaffiato con acqua che ne sia ricca.
L’humus è costituito da particelle organiche finissime, provenienti dalla decomposizione di residui vegetali e animali, assorbe bene l’acqua e la trattiene, lasciando filtrare via quella in eccesso. E’ indispensabile per un buon terriccio bonsai.
Il terriccio ha inoltre una reazione o equilibrio acido-basico, il cosiddetto pH (potenziale di idrogeno).
La “soluzione circolante” in un substrato bonsai è costituita da soluzioni acquose di minerali solubili nel terriccio e/o da sali solubili dei fertilizzanti (eventualmente aggiunti).
La trasformazione di queste soluzioni è dovuta alla flora-fauna microbica dimorante nel complesso umico-argilloso, che trattiene l’acqua. Queste soluzioni vengono assorbite dalle radici delle nostre piante sotto forma di ioni acidi o cationi (H+) e di ioni basici o anioni
(OH-).
Conoscere questi dati è molto importante perché nella preparazione del terriccio si cercherà di rispettarli (o correggerne gli aspetti più negativi), tenendo presente che il migliore è quello a reazione compresa tra pH da 6,6 e pH 7,6 (con esclusione delle piante acidofile)
La “lisciviazione” del terriccio è particolarmente importante perché negativa nella coltivazione bonsai. La lisciviazione è infatti un processo che si manifesta a seguito di una eccessiva o troppo frequente irrigazione che, dilavando il terriccio, ne separa i componenti solubili dalla massa solida. Le acque di irrigazioni molto abbondanti solubilizzano poi i nitrati che non siano trattenuti dal potere adsorbente del terriccio; diluendo detti nitrati solo in uno spessore di circa 3,3 cm del terriccio, essi non sono più disponibili ne ricuperabili dalle radici dell’albero. Per questa ragione, nella preparazione (o nella correzione) di un terriccio bonsai, è meglio usare compost maturo perché i nitrati in esso contenuti non sono dilavabili facilmente, in quanto trattenuti dalla massa umica.

Adsorbimento o Effetto tampone del terriccio.
Questa caratteristica di un buon miscuglio è legata soprattutto alle argille naturali contenute in esso. Le loro particelle si “gonfiano” con l’acqua, mentre “assorbono” i sali minerali durante l’irrigazione e rilasciano quei nutrienti stessi quando “asciugano”, cioè quando l’acqua viene in seguito recuperata dalle radici.

Stadi di sviluppo dell’apparato aereo di un albero
In un modo un po’ arbitrario si è suddivisa la vita dell’albero in diversi stadi di sviluppo, ognuno dei quali corrisponde ad un equilibrio specifico. I primi stadi sono caratterizzati dalla costruzione prioritaria del fusto o tronco.
Prevale su tutti un fenomeno conosciuto come dominanza apicale. E’ un principio che si conosce da molto tempo ormai: la gemma apicale, in fase di crescita sintetizza, nelle nuove foglioline che vengono prodotte, una sostanza di crescita, l’auxina, che agisce sulle gemme laterali o ascellari del ramo stesso. L’auxina impedisce lo sviluppo delle gemme ascellari e quando un ramo riuscisse a svilupparsi, essa lo costringerà a distendersi in senso orizzontale.
In pratica questo sistema è notevolmente variato nelle piante coltivate come bonsai infatti, a seguito di tagli delle radici, oltre al fenomeno di sintesi dell’auxina dall’apice del fusto si verifica anche la sintesi della citochinina, un’altra sostanza di crescita, che viene prodotta dalle radici mentre ricrescono, dopo essere state recise. Queste citochinine svolgono un effetto quasi opposto a quello dell’auxina, esse provocano infatti il germogliare delle gemme ascellari e fanno sviluppare i polloni. A livello delle cellule apicali del ramo le citochinine costituiscono le sostanze specifiche per la moltiplicazione cellulare (non si tratta perciò di un loro aumento di volume, come è provocato dalla auxine) e quindi di una  reale crescita (o allungamento) della parte aerea.
L’accorciamento delle radici  provocherà (ma solo temporaneamente) una riduzione nella crescita della nuova ramificazione.
Dopo la fine della dormienza, a fine inverno, i germogli apicali si sviluppano energicamente, quelli basali molto di meno.
Con l’invecchiamento l’albero aumenta la sua massa legnosa, che costituisce in parte una riserva, ma anche un onere perché questo legno ha bisogno di manutenzione. Dalla nascita alla morte dell’albero, risulta quindi che si abbia un aumento progressivo e percentuale della quantità di legno (come pure di foglie) ma, in proporzione, l’attività fotosintetica sarà sempre minore rispetto alla struttura lignificata dell’albero.

Sviluppo dell’apparato radicale di un albero
Gli apparati radicali degli alberi sono di diversi tipi, suddivisibili in fascicolati, a fittone, orizzontali con un sistema a fittone.
In linea di massima molti apparati radicali cominciano, crescendo a fittone (se il fittone stesso non viene poi eliminato per adattare la zolla del soggetto al futuro vaso bonsai) per diventare poi fascicolati e terminano la loro esistenza sotto forma di apparati radicali complessi orizzontali con radici a fittone.
Una conifera (Cupressus macrocarpa) presenta un apparato radicale completo. Durante i primi anni di vita l’esemplare arboreo sviluppa molto rapidamente un fittone verticale poi, la dominanza del fittone scompare e contemporaneamente la sua estremità si dirama in più direzioni e le radici relativamente superficiali in posizione ascellare rispetto al fittone subiscono una evoluzione molto rapida.. L’apparato radicale a fittone si specializza nell’esplorazione in profondità, mentre quello superficiale fascicolato estenderà la propria esplorazione del terreno verso la periferia della rizosfera ed emetterà nel contempo delle radici verticali che progrediranno molto rapidamente, spingendosi in profondità.
L’assorbimento di minerali e di elementi idrici da parte dell’apparato radicale fascicolato superficiale avrà luogo in autunno, quando il suolo è ancora caldo e già umido e lo stesso in primavera quando il suolo è già stato riscaldato ed ancora umido. In estate, specie nel caso del nostro clima, gli orizzonti superficiali sono troppo aridi e in questo caso l’apparato radicale profondo funzionerà maggiormente.

Forme del bonsai
Le forme di un bonsai sono molteplici e dipendono, oltre che dall’essenza e dalla creatività del suo autore, dallo stile al quale si intende far appartenere la pianta.
Conviene sempre partire con un soggetto assai giovane, che si mette in vaso da coltivazione, quindi assai grande (possibilmente in autunno). Al momento o in primavera la pianta verrà tagliato a seconda dell’altezza progettata per il bonsai.
Dopo il taglio, dalle gemme poste in alto cresceranno molti germogli, dei quali verranno lasciati soltanto i tre o cinque meglio collocati, questi formeranno le branche principali, tutti gli altri germogli dovranno essere tolti. Nella scelta dei germogli da lasciare va considerato che, salendo, debbono essere a circa 120° tra loro (in pianta) e distanti alcuni centimetri lungo il tronco (distanza che varia a seconda delle dimensioni del futuro bonsai). In seguito bisognerà togliere tutti i germogli che cresceranno lungo il tronco o al disotto delle branche (salvo che servano temporaneamente per fare aumentare l’ingrossamento del piede o parte bassa del tronco).
Quando le branche verranno accorciate (ad una breve distanza dal loro inserimento sul tronco ) per effetto del taglio vi nasceranno dei germogli laterali ed anche in questo caso verranno scelti quelli meglio collocati, sempre a breve distanza dall’inserimento della branca nel tronco. Questi germogli dovranno essere scelti alternati a destra o a sinistra della branca, detta anche ramo principale: assolutamente non tutti dalla stessa parte.
I germogli lasciati, crescendo, diventeranno i primi rami secondari.
Con le successive e ripetute cimature si saranno formate le sottobranche di secondo ordine. La stessa cosa avverrà per le sottobranche del terzo ordine (rami terziari, quaternari, ecc.).
Le branche principali, affinché il bonsai appaia “vecchio”, debbono essere quasi orizzontali rispetto al tronco. Se questo non avviene spontaneamente occorrerà modificarne l’andamento, educandole con del filo metallico (per il tempo necessario, a seconda della specie e togliendolo prima che esso “segni” la corteccia).
Si devono sempre eliminare da queste branche i germogli detti “dorsali” e “ventrali”.
I ventrali perché, nascendo sotto la branca, sono sgradevoli da vedere e poco credibili. I dorsali perché nel crescere assumono una direzione verticale, diventando succhioni. Anche la posizione dei rami secondari (e dei successivi) deve sempre essere il più vicino possibile all’orizzontale (con le stesse regole).
Le branche, specie le principali, devono essere sempre minori delle precedenti (sottostanti) per lunghezza e diametro (ancorchè di forma conica) a partire dal basso verso l’alto.

I “come” della potatura
É necessario spiegare alcuni comportamenti della pianta, cosa essenziale per evitare di commettere errori grossolani.
La linfa grezza proveniente dalle radici tende sempre a salire verso l’alto, questo fa si che un ramo cresca, oltre che in base alla sua posizione, in rapporto alla sua direzione: più è verticale (e in alto lungo il tronco) più cresce, più è orizzontale (e in basso) meno cresce.
Altro fattore importantissimo da ricordare è sempre la funzione della gemma apicale di ogni ramo; essa ne regola lo sviluppo.  Per questo motivo i rami vanno accorciati con cautela, perché accorciando un ramo e togliendogli quindi la gemma apicale, si consente la creazione di nuovi rami laterali, eventualmente a scapito dell’equilibrio (anche estetico) della chioma.
Come per la potatura di formazione anche per quella di mantenimento bisogna rispettare l’ordine degli interventi. Non si deve modificare il profilo a triangolo della chioma del soggetto e quindi la conicità della sua struttura. Come s’è detto; i rami, partendo dalla cima della pianta, devono essere sempre più lunghi e avere, al loro inserimento, una sezione maggiore man mano che si scende verso il basso. Solo nelle conifere il tronco può essere unico e terminare con una sola punta.
Può sembrare banale, ma va ricordato che potatura non significa soltanto tagliare rami ad un albero, si può intervenire su un soggetto anche, eseguendo una delle seguenti operazioni:

  1. sostituzione

  2. curvatura del ramo

Con le forbici adatte si esegue l’asportazione dei rami in soprannumero o mal collocati (succhioni, dorsali, ventrali) nonché la riduzione o l’accorciamento di quei rami che sono fuori equilibrio rispetto all’armonia del soggetto.
L’intervento di sostituzione si esegue quando un ramo o tutta una parte del bonsai (in genere quella più alta) abbia raggiunto una dimensione troppo massiccia e comunque eccessiva: quella parte verrà sostituita con un’altra più giovane e sottile.
La curvatura di un ramo di solito si esegue per anticipare la sua messa a fiore, ma va tenuto presente che l’intervento determina anche molto vigore nella parte superiore della curva.
Il taglio di ritorno dovrà sempre essere praticato in corrispondenza di un ramo “gerarchicamente” inferiore.
Un’altra regola importantissima è quella di non accorciare mai dei rami che possano cambiare la forma del soggetto (salvo che se ne intenda modificare lo stile o l’impostazione…).
La crescita di un albero non si ferma con le forbici, ma con accorgimenti che agiscano sulla fertilità del suo terriccio, nel vaso.
Qualora poi un nostro soggetto appaia troppo misero e con pochi rami, escludendo che sia affetto da qualche malattia, è perché ha speso tutte le sue energie: pertanto su di esso non vanno fatte delle potature molto drastiche. C’è il rischio che data la sua debolezza, non si formino in seguito nuovi rami.
La potatura di mantenimento serve a creare il giusto equilibrio vegetativo e artistico.
La dimensione del fogliame e quindi della chioma dipende dall’età del soggetto, dalla compressione (col tempo) delle radici nel vaso, dall’illuminazione e dall’abbondanza o meno di acqua. La riduzione delle dimensioni della nuova vegetazione si ottiene riducendo le innaffiature in condizioni di abbondante illuminazione; processo che è alla base del meccanismo della defogliazione. Questo intervento deve essere eseguito soltanto su soggetti maturi e in cui valga la pena di armonizzare le dimensioni della chioma; non va assolutamente fatto su piante giovani, poiché nel loro caso la riduzione del fogliame sarebbe ovviamente controproducente.

Riassunto degli interventi di mantenimento
Correggere le inclinazioni delle branche primarie e secondarie dei diversi ordini. Eliminare le branche in soprannumero, rispettare e mantenere la forma prescelta, eliminare i succhioni a meno che, temporaneamente, servano a far ingrossare una parte o a sostituire una branca mancante. Asportare i rami secchi o malati (che non si intenda trasformare in Jin).
Qualunque sia la forma del soggetto, la conicità delle sue parti è assai importante, come d’altronde il giusto ritmo nella divisione dei suoi rami.

Tecniche di potatura della chioma del bonsai
Per quanto riguarda la gestione della parte aerea, all’inizio si possono sottrarre all’albero il 25-30% dei rami per correggerne la crescita. Col passare del tempo è ancora possibile sottrarre il 20-25% dei rami. Più tardi, al massimo il 20%. Verso la vecchiaia della pianta è proprio impensabile sottrarre più del 5-10% dei rami. Il motivo di tutto ciò è che con il progressivo invecchiamento dell’albero aumenta la massa legnosa, che pur costituendo in parte una riserva, ha tuttavia bisogno di una attenta manutenzione.
Alcuni studi hanno dimostrato che il modo in cui invecchia la pianta è determinato dal modo in cui essa è stata potata in gioventù: l’invecchiamento della parte aerea sarà molto più lento e armonioso quando essa sia stata diradata e cimata correttamente una o più volte.
 
Epoca ottimale di potatura
Esistono tre periodi principali, legati alla migrazione delle riserve dell’albero durante l’anno: fine autunno, fine inverno-inizio primavera, inizio estate.
Una potatura effettuata un po’ prima dei grandi freddi rafforza la reazione presso il punto dove viene effettuato il taglio. Questo perché gli zuccheri, che risultano depositati nelle grandi ramificazioni, coi primi freddi si solubilizzano per migrare poi verso le radici. Tali riserve, alla fine dell’inverno migreranno di nuovo verso l’alto e alimenteranno le gemme, che sono presenti nelle vicinanze dei punti di taglio. La reazione delle gemme sarà perciò molto forte.
Se quindi la potatura viene effettuata troppo presto rispetto la fine dell’inverno (nei mesi di febbraio-marzo) poichè gran parte degli zuccheri è ancora presso le radici, non ci sarà la possibilità di alimentare le gemme che si trovano vicino ai punti di taglio.
C’è poi un terzo periodo importante soprattutto nei climi freddi: fine maggio-giugno, in cui si può fare tutto e si possono tagliare le specie che non sopportano la potatura, come per esempio la magnolia grandiflora o i ciliegi. Questi ultimi normalmente non vengono  potati, ma, se si vuole farlo pesantemente, il periodo migliore è giugno.

Trapianti
Molti pensano che basti fare un buco nel terriccio del vaso e metterci l’albero con il suo pane di radici. Ma non è così semplice.
Intanto occorre scegliere la stagione opportuna, che varia a secondo del clima e a seconda che si tratti di un albero a foglia caduca (che si spoglia in autunno) o sempreverde. Nel primo caso il periodo migliore nel nord Italia è la fine di novembre, quanto l’albero è completamente privo di foglie.
Un procedimento che nel passato veniva frequentemente praticato ed oggi è quasi ignorato dai cultori del bonsai è l’inzaffardatura delle radici del soggetto prima della sua messa a dimora in vaso.
Il procedimento in questione sta nel preparare una fanghiglia, costituita da letame fresco di cavallo (oppure da un impasto di farina integrale di cereali) miscelata con un eguale peso di terra, alla quale si aggiunge dell’acqua in modo da ottenere una certa fluidità
(peso:acqua = 1:2). Detto fango, ben amalgamato, è pronto per accogliere l’apparato radicale del bonsai. Dopo aver immerso la pianta fino al colletto e praticato un lento movimento rotatorio dell’apparato radicale si lascia riposare per circa 30 minuti, poi si solleva il bonsai dalla poltiglia fangosa e lo si lascia sgocciolare. Il soggetto viene poi collocato nel  vaso e bagnato opportunamente per ottenere una buona adesione col terriccio preesistente. Occorre evitare che si formi uno strato discontinuo dovuto a dell’aria. Nell’inverno, con la pioggia e il disgelo, il terriccio si disporrà perfettamente intorno alle radici, in attesa della ripresa vegetativa.
Conviene che il terriccio del vaso sia disposto a cono per “accogliere” le radici nude del soggetto, che vanno appoggiate ben distese e risultino leggermente inclinate verso il basso. Il colletto (punto di incontro tra tronco e radici) o piede deve rimanere leggermente più alto della superficie del terriccio in quanto con l’assestamento  l’albero tenderà a scendere un poco nel vaso. Se ci fossero delle radici rotte devono essere tagliate bene a filo e con la faccia del taglio rivolta verso il basso. Quando si coprono le radici col  terriccio, questo si può comprimere con le dita o con attrezzi adeguati, ma solo vicino al bordo del vaso per non deformare la posizione e l’andamento delle radici.
A questo terriccio (in genere organico) se ne aggiungerà dell’altro, fino a quasi riempire il contenitore, badando a lasciare almeno un dito di spessore tutt’intorno alle pareti del vaso per trattenere l’acqua delle future innaffiature. La prima si effettuerà al termine di questa operazione (eventualmente con l’aggiunta all’acqua di un poco di zucchero o qualche goccia di un prodotto a base di vitamine del gruppo B).
Mettere il terriccio (o del concime) organico sotto e non sopra le radici dell’albero è un errore molto comune, infatti se il materiale organico non è ben maturo, fermenta e produce gas tossici per l’albero (poiché i gas tendono a salire verso le radici). Una seconda ragione è che, quando piove o si innaffia il bonsai, l’acqua scende nel terreno, scioglie le sostanze nutritive che si trovano nell’humus (vale anche per i concimi chimici) e le porta verso il basso, allontanandole dalle radici.
Altro errore che bisogna evitare è coprire con la terra un eventuale punto di innesto, perché ciò provocherebbe il cosiddetto “affrancamento”, cioè l’annullamento dei benefici che si erano ottenuti con l’innesto stesso.
Per le sempreverdi è meglio eseguire il trapianto in primavera.
Qualora il bonsai appaia instabile è consigliabile applicare dei fili metallici (di materiale non ossidabile o rivestito di plastica) che lo ancorino al vaso.

I principali concimi chimici
Il nitrato di calcio, contiene il 15% di azoto. E’ a reazione alcalina e di pronto effetto.
La calciocianamide è un concime ottenuto dalla combinazione di azoto atmosferico con calce e carbone. E’ un ottimo correttore di terreni acidi e contiene il 50% di calce e mantiene l’azoto, allo stato ammoniacale, poco dilavabile, costituendo una riserva azotata per le radici delle piante. Combatte i funghi presenti nel terreno.
Il solfato ammonico, è a reazione acida e quindi va bene per correggere un terriccio subalcalino. Contiene il 20-21% di azoto e costituisce un notevole potenziale azotato per le piante.
Il nitrato ammonico, contiene il 20-26% di azoto ammoniacale. E’ un fertilizzante ideale per arricchire lo spessore del terreno esplorato dalle radici. E’ neutro, per cui va bene in ogni miscuglio di terriccio e per ogni pianta.
L’urea contiene la percentuale più alta di azoto rispetto agli altri concimi. E’ un fertilizzante neutro e sviluppa un’azione graduale nel tempo. L’urea è poco adatta per i terricci poveri di humus perché non viene trattenuta, anche se è un buon distruggitore delle spore fungine presenti nel terreno. La si può irrorare sulla ramificazione, alla caduta delle foglie in ragione dell’1-1,5% massimo.
Il perfosfato minerale è a reazione acida e un ottimo correttore dei terreni alcalini.
Le scorie Thomas, sono prodotte dalla lavorazione della ghisa nei forni Thomas. Si tratta di un buon concime alcalino e quindi corregge terreni acidi. Contiene il 16-17% di fosforo, il 40-45% di calcio, il 4% di manganese, il 2% di magnesio e l’1% di ferro, ed altri microelementi. Di norma se ne usa 0,5-1 g per pianta di bonsai.
Il solfato potassico, contiene il 50-52% di potassio ed ha reazione neutra.
Il cloruro di potassio, contiene il 60% di potassio ma in alcuni casi risulta fitotossico, in particolare per la vite.

Concimazione organica
L’apparato radicale non può essere alimentato solo con concimi chimici, che forniscono azoto, fosforo e potassio, in rapporti che devono essere stabiliti secondo la specie di vegetale in coltivazione. il rapporto 1:1:1 di azoto, fosforo, potassio può essere favorevole per delle graminacee, mentre per piante a foglia caduca può essere necessario un rapporto 1:3:3. Ciò per il fatto che il bonsai non può avere uno sviluppo lussureggiante, bensì un accrescimento controllato, che dipende appunto dalla percentuale di azoto, di fosforo (utile a stimolare la radicazione) e di potassio (che arricchisce la pianta di zuccheri nella sua fase di sviluppo vegetativo) contenuti nel fertilizzante.
Una antica forma di concimazione, che veniva impiegata dalle nostre nonne consiste nell’aggiungere ad ogni vaso un cucchiaio di latte fresco.
Con questo procedimento si somministra al terriccio della caseina, una proteina con un elevato valore biologico, contenente oltre a quelli tradizionali, un aminoacido particolarmente importante per la possibile produzione di un ormone radicante. La caseina, oltre al calcio, contiene infatti un aminoacido chiamato triptofano. Detto aminoacido per un processo di idrolisi e di riduzione e ossidazione, viene trasformato in acido indolacetico, oggi noto quale ormone radicante, in  grado quindi di incrementare lo sviluppo delle radici. Tale azione si  manifesterà con uno sviluppo equilibrato e con la  conseguente buona salute del bonsai stesso.
L’humus (prodotto dopo un processo di umificazione del compost, che dura sei mesi - un anno) deve essere preparato mediante l’utilizzo di sostanze organiche dotate di valore biologico, per esempio farine di lievito secco, dadi di lievito per panificazione con aggiunta di paglie, torba e residui vegetali o scarti di cucina.
Occorre anche bagnare periodicamente il cumulo onde evitare che la massa soffra di eccessiva secchezza..
L’humus ottenuto deve avere odore di fungo e non presentare tessuti vegetali riconoscibili. Detto humus può anche essere prodotto da germe di grano, crusca, amido, semi di mais macinati, farine di graminacee e di semi di leguminose, latte e yogurt.
Detti componenti devono essere amalgamati omogeneamente e lasciati “maturare” in cumuli dove la temperatura non superi i 70°C, annaffiandoli periodicamente. L’humus così ottenuto va aggiunto al terriccio bonsai (di solito nel mese di novembre).
Questi interventi sono efficaci nella cura del bonsai. I loro effetti si manifestano nel tempo, con un regolare sviluppo delle gemme e un accrescimento equilibrato.
 
Consigli pratici per la concimazione del bonsai
E’ necessario ribadire che comunque il miglior tipo di concime è il letame maturo (o il compost). Essi mantengono il fosforo allo stato assimilabile e migliorano la lavorabilità del terriccio. Un buon letame contiene 2 g di azoto, 1 g di fosforo e 0,5 g di potassio ogni kg.  Il concime chimico (in forma solida) consigliato contiene invece per ogni kg: azoto 20 g., fosforo 20 g., potassio 50 g.
Affinché l’azione del compost nelle piante in vaso sia valida, esso deve essere interrato. La sua applicazione superficiale serve a poco.
Una forma indiretta di concimazione, che ha anche altri benefici, è la pacciamatura con muschi di differente aspetto e tessitura. Essa consiste nel collocare tali vegetali a tapezzare la superficie del terriccio e a una distanza di circa 2,5 cm. dalla base del tronco.
Questa operazione produce almeno due aspetti positivi:

  1. riduce la nascita di erbe infestanti o nocive

  2. impedisce l’evaporazione dell’acqua dal terreno, mantenendo un’umidità costante.

E’ bene ricordare, per quanto riguarda la concimazione chimica, che questa è tanto più valida quanto più mirata, utilizzando delle miscele fertilizzanti che diano al terriccio tutte  le sostanze di cui hanno bisogno le piante in quel particolare momento fisiologico (o nell’attesa di… ). Il benessere di un soggetto è subordinato alla carenza anche di un solo componente del fabbisogno. In genere si rappresenta questo fatto con una simbolica tinozza la cui massima efficacia è data dal pieno del mastello. Il mastello è fatto di tante doghe di legno a mo’ di botte. Ogni doga rappresenta un componente dei consumi   nutritivi della pianta; se una doga è più corta, il pieno nella tinozza sarà limitato a questa misura minima della doga.
Se un giovane soggetto è concimato correttamente,  ne seguirà un giusto rapporto di equilibrio tra lo sviluppo della chioma e quello della radice. Questo giusto rapporto vegetale è la conseguenza di potature (o cimature) e concimazione equilibrata eseguita per tutto il periodo vegetativo. Si avrà Infine un rapporto della senescenza, il rapporto radici e gemme diventa squilibrato a favore della chioma, si deve potare e cimare di più per rafforzare lo stanco apparato radicale, che va concimato con maggiore abbondanza.

Schema dell’età dell’albero

Età giovanile:      molte radici – poca chioma

Adulto:                 equilibrio vegetativo chioma-radice

Senescenza        molta chioma, con un ridotto apparato radicale

 

Malattie e parassiti
Gli aggressori più comuni dei nostri bonsai sono divisi in due gruppi: parassiti vegetali (virus, batteri, funghi) che provocano infezioni. Nel secondo si trovano parassiti animali  (insetti fitofagi e succhiatori, acari, nematodi, ecc.) che provocano infestazione.
I virus causano malattie dette virosi. Possono essere diffusi da insetti, strumenti di potatura, lesioni meccaniche, ecc. Non sono quasi mai curabili, ma sono prevenuti, disinfettando gli attrezzi (forbici, seghetti, ecc.) con una fiammella o con una soluzione antisettica. Bisogna anche intensificare la lotta agli afidi, possibili diffusori dei virus.
I batteri provocano malattie e infezioni dette batteriosi. Si manifestano con sviluppo di noduli, masse tumorali oppure necrosi. Sono di norma in superficie, ma penetrano nel legno attraverso i tagli e ferite, se manca la protezione di un mastice.
I funghi provocano molte malattie dette crittogamiche, che causano il disseccamento di rami o dell’intera pianta. Le malattie specifiche da funghi sono delle micosi. Altre forme di danno si manifestano con ticchiolatura, cancro, ecc.
Tra gli insetti vi sono parassiti che attaccano le piante, scavando profonde gallerie o rodono le foglie. Gli insetti succhiatori, sono suddivisi in due classi: le cocciniglie o   rincoti, e quella degli afidi, che sono avidi di linfa e assalgono le parti giovani.
Gli afidi sono inoltre possibili trasmettitori di virus e per colpa loro si introduce nella pianta la Nectria galligena, un fungo parassita.
I nematodi sono organismi vermiformi presenti nelle acque dolci, nel mare, nel terreno umido. Hanno sezione cilindrica e lunghezza variabile da 0,1 mm a parecchi metri. 
I nematodi comprendono numerose famiglie e la più importante (che interessa l’agricoltura) è quella degli anguilloidi.

 

Trattamenti antiparassitari
Per ottenere la massimo efficacia dai trattamenti antiparassitari bisogna avere:

  1. alberi ben nutriti in un terreno dove non ristagni l’acqua

  2. alberi ben potati con lo spazio tra loro sufficiente perché il sole e la luce possano raggiungerne ogni parte.

Per facilitare gli interventi antiparassitari indichiamo i compiti e i principi attivi da impiegare.
Novembre - dicembre          : zolfo micronizzato+ adesivante, trattamenti a base di Ziram
Ripresa vegetativa                olio bianco + Ziram + antiparassitario (Fasolone)
Verso  Aprile                        fungicida a base di Carbedazin, zolfo + adesivanti
In Estate                                  fungicida + antiparassitario (Fasolone)
da fine giugno in poi              trattamento fungicida + antiparassitari e adesivanti
Conviene poi ricordare di non usare per farne bonsai delle specie esotiche, ma piuttosto le varietà selezionate dalla natura del luogo.