Pietre da altri Mondi

Relazione di Chiara Padrini

Arco Bonsai Club mi ha gentilmente concesso uno spazio per presentare pietre provenienti da alcuni paesi del mondo, che fanno parte della mia collezione, a conferma la spiccata propensione del Club a indagare e aprire altri orizzonti e conoscenze.
Il nostro percorso nel mondo dell’arte delle pietre è relativamente recente ed è stato indirizzato in modo predominante dalla cultura ed estetica giapponese, e dai sui materiali.
Su questa estetica abbiamo quindi  costruito e modellato il nostro essere raccoglitori di pietre, adottando anche il nome di SUISEKI  per le pietre collezionate.
Nulla di strano, perché questo è un andamento presente in  tutti i paesi occidentali, dove questa arte si è sviluppata recentemente ed ha ricevuto come imprinting  primario quello giapponese.
Va detto che i paesi anglosassoni da tempo utilizzono la parola “viewing stones” per quelle pietre che pur riferendosi alla scuola giapponese, da quel paese non provengono.
Non è, alla fine, un sottile distinguo, ma deriva dal sapere  che tale definizione si dovrebbe adottare solo per le pietre rinvenute in Giappone, essendo gli stessi giapponesi per nulla propensi ad accogliere sotto questa denominazione quelle provenienti da altri suoli se non da quello natale.
Ma uscendo da questo impasse linguistico ed identificativo, resta il fatto che sempre più spesso veniamo a contatto ed apprendiamo di altre culture ed antiche tradizioni intorno al mondo della pietra da collezionare, che ci pongono di fronte ad altri dubbi e scelte estetiche ben più importanti.
Globalizzazione e facilità di scambi, nonché l’apertura di paesi così determinanti in questo campo , come la Cina, ci pongono di fronte a un ribaltamento delle nostre conoscenze e della nostra costruita estetica sulle basi nipponiche. Le diversità tra le due scuole primarie sono talmente profonde e numerose, da rendere praticamente impossibile un adeguamento e trovare quella che, salomonicamente parlando, sarebbe una via di mezzo.
Là dove regna il sottinteso, il minimalismo, la quasi mancanza di cromatismo, il sottomesso spirituale espresso nella tendenza delle linee orizzontali, cozza con il prorompente, l’esplicito, la manifestazione d’energia, la completa vivacissima tavolozza di colori, la verticalità come esaltazione dello spirito, solo per citare alcune differenze.
Altre culture orientali come la Corea e Taiwan, hanno metabolizzato le due scuole per diversi percorsi storici, e pur essendone influenzate hanno elaborato sulla propria cultura e sensibilità altre forme estetiche.
Nei nuovi paesi che coltivano questa forma d’arte, l’arrivo di tante nuove conoscenze e proposte di altri materiali, sta creando un certo disorientamento, penso in gran parte provocato dalla ancor scarsa solidità delle proprie acquisizioni di sapere e da una quasi imposta scelta che la parola SUISEKI obbliga a fare. Non si può certo chiamare suiseki una pietra cinese, e tanto meno una coreana.
Forse per noi italiani, così condizionati dal palombino, che ha quasi monopolizzato la scena del collezionismo nazionale, questa difficoltà è ancor più presente e subordinante.  Che fare allora? 
Essere un po’ meno accademici e pragmatici, e nel contempo ricercare altri materiali, senza soggiacere sempre alle forme delle classificazioni giapponesi.
Capire, in parole povere,  proprio dalle pietre il loro primario insegnamento.
Nulla più di esse ha il dono dell’ ubiquità e della reperibilità e della varietà. Ogni terra, ogni paese  può esprimere ed offrire materiale valido ed interessante quando le aree di raccolta sono in grado di produrre pietre adatte per diventare da collezione. Quindi perché dar loro meno conto?
Capire anche, dalla storia dell’ arte, che è nella trasformazione che c’è il rinnovamento e il progresso, che lo spirito che genera arte non può rinchiudersi in un piccolo spazio immobile e attonito, ma essere sempre alla ricerca. Quelle ricerca che Prust definì in modo perfetto:
Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare  nuovi paesaggi, ma nell’ avere nuovi occhi.
Occhi  non condizionati da regole e formule, che non cercano nelle pietre di “altri mondi” quell’ estetica di un solo mondo, e che se anche ce la trovano non è condizionante nel proprio criterio di valutazione.
Ecco allora questa piccola mostra di un numero limitato di pietre con volute e varie contaminazioni presentando pietre provenienti da diversi paesi: Cina, Corea, Giappone, Egitto, Porto Rico, Stati Uniti, non seguendo sempre  dei canoni classici espositivi, ma solo il piacere di mostrare pietre nella varietà di materiali e nell’ intensità di emozioni e piacere visivo che possono darci, lasciando  a loro la capacità di comunicare.