IL BONSAI EUROPEO

Cerchiamo di analizzare se c'è una differenza e quale, nel modo di intendere il bonsai, tra Oriente ed Occidente.
Salta all'occhio che mentre per i giapponesi che vi si dedicano significa coinvolgimento profondo a livello estetico e spirituale, dalla maggior parte degli occidentali e' il più delle volte considerato un "oggetto" inconsueto e prestigioso e, a causa di ciò, il coltivarlo diventa motivo di cui vantarsi.
E' chiarificatore il fatto che qui da noi, essendo la parola Arte investita di significati arcani, è usata molto spesso poiché illumina l'artista agli occhi degli altri, mentre presso gli orientali e' intesa come la bravura nel fare qualche cosa, acquisita col tempo e divenuta una qualità intima, di cui l'individuo gode soprattutto per se stesso.
Non si spiegherebbe altrimenti il nostro impegno nel celebrare in termini altisonanti le qualità "artistiche" del bonsai, per poi dire che uno è tot anni che se ne occupa (e questo tot e' sempre un po' inflazionato): e' evidente che si cerca di far colpo sugli altri. Tanti anni ovviamente vengono attribuiti anche ai propri bonsai, nella ingenua speranza che ciò li faccia apparire più belli o preziosi, senza rendersi conto che, se non c'è' un riscontro tra l'età attribuita al soggetto e la sua immagine di vecchio albero, l'autore rischia di far brutta figura per i magri risultati ottenuti in tutto quel tempo...
Nessun giapponese si sognerà mai di attribuire un'età ad un bonsai, o di discuterne, come se fosse una sua qualità; però è certo che parlerà dei tanti anni vissuti con lui poiché ciò e' SABI, vale a dire serenità, familiarità con l'albero, tradizione. Dobbiamo imparare da loro a cercare nel bonsai la qualità vera, data da bellezza, nobiltà, armonia ed equilibrio e perciò ad essere prima di tutto autocritici e non illuderci che le quattro foglie che abbiamo davanti siano un bonsai, solo perché ci piace chiamarlo così. E' per noi stessi che dobbiamo essere severi, incontentabili, direi onesti. Ciò premesso sulla "forma, vediamo la differenza nella "sostanza", tra i due tipi di bonsai.
Tanti anni fa, quando stava nascendo in Europa la passione per il bonsai, gli unici modelli possibili cui ispirarsi erano delle fotografie di esemplari provenienti dal Giappone.
Si trattava generalmente di soggetti preziosi che davano del bonsai una idea sontuosa e nobile e proponevano un grosso impegno a chi avesse voluto imitarli, cioè la realizzazione di alberi in miniatura altrettanto belli, armoniosi e suggestivi. Era il bonsai pensato in grande.
Il nostro desiderio era di riempirci gli occhi di quelle immagini, forse per tentare di carpire i segreti di tecnica e di estetica che contenevano; ognuna di esse era causa di stupore ed ammirazione.
Poco per volta si cercò di afferrare il significato simbolico di forme per noi inconsuete di albero, assimilando un certo gusto alla giapponese.
Quelle fotografie erano dunque un'ottima opportunità per imparare a vedere e fare bonsai, essendo logico pensare che esse raffigurassero il meglio della produzione giapponese. Il bonsai doveva essere bello così, oppure non era bonsai Cinque o sei anni fa' comparvero i primi commercianti-importatori.
Un commerciante non e' necessariamente un amatore e gli alberi importati non sempre riflettono la bellezza celebrata da quelle famose fotografie.
I bonsai nelle vetrine hanno fatto aumentare la curiosità per questo hobby-arte ed una nuova generazione di bonsaisti si affaccia ora sulla scena.
Il tipo di modello però è cambiato; molto spesso si tratta di soggetti insignificanti, se non brutti ed ispirarsi ad essi per dare forma al proprio bonsai e' davvero un cattivo affare.
La "volgarizzazione" del bonsai e' perciò sicuramente servita a diffonderne l'interesse, ma ha abbassato paurosamente il livello di qualità sia nelle piante offerte che nel concetto della gente: lo ha semplificato a tal punto che un bonsai e' bello perché e' un bonsai. E' quasi un fenomeno di suggestione collettiva.
Mancando validi modelli cui ispirarsi, sono comparse allora delle strane forme di alberetti in vasi, chiamate bonsai italiano o francese a seconda dei luogo d'origine. La loro immagine e' molto lontana da quella che per tradizione si identifica con il bonsai giapponese. L'impressione è che, oltre la forma, sia assai diversa anche la tecnica usata, infatti spesso sono alberetti elementari, mal fatti, privi di accuratezza e di gusto.
Dalle spiegazioni sembra emergere che il bonsai giapponese debba essere quella cosa preziosa che è, mentre il bonsai europeo si tollera che sia molto approssimativo.
E' risaputo che la parola bonsai, tradotta letteralmente, significa albero coltivato in vaso, ma è altrettanto noto che vi è implicito il concetto di intervento umano, impegno, ricerca estetica. Un qualsiasi albero in vaso quindi, per esser definito bonsai, dovrebbe rivelare tutte queste qualità.
Se si vuole chiamare europeo, potrà certo essere di forma diversa da quella tradizionale giapponese, ma dovrà avere almeno la stessa accuratezza, le stesse raffinatezze di tecnica che, portando a risultati esteticamente validi, rispettino la "onorabilità" del termine bonsai. Ci si e' tra l'altro dimenticati che innanzitutto un bonsai deve assomigliare ad un albero maturo.
Si potrà uscire da tanta confusione forse solo insistendo su questa indispensabile verosimiglianza con la natura, proponendo magari dei modelli più accessibili, quali gli alberi della nostra flora.
Non cerchiamo perciò di simulare certi bonsai orientali (che ora sono diventati un brutto esempio), ma, come è giusto, proprio quegli alberi che stanno intorno a noi.
Da queste considerazioni è nata l'idea della attuale proposta, di discutere sul concetto di bonsai europeo