IL LEGNO MORTO NEL BONSAI

 

Marc De Beule - Belgio

 

Questa mattina, girando qui intorno, ho potuto osservare l'esistenza di numerose piante dl olivo che avevano dei rami secchi. In natura, questi incidenti ai rami capitano spesso, o per effetto dei fulmini ovvero a causa di animali che li rosicchiano, o anche qualche volta a causa dl terra e pietre che cadono sugli alberi.

Gli effetti dl questi incidenti, subiti dagli alberi nell'arco della loro lunga vita, vengono imitati nella coltivazione del bonsai con l'ovvio intendimento di invecchiarne l'aspetto; avete certamente visto questa mattina, visitando l'esposizione, molti esempi di tali interventi su piante coltivate.

Onesti espedienti hanno naturalmente un noie, i giapponesi li definiscono come segue:

Uro è per indicare cavità o buchi nel tronchi;

Jin per distinguere rami o parti di essi disseccati e anche la cima;

Shari è una parte del tronco dove la corteccia è venuta via o è stata tolta;

Sabamichi per designare un tronco cavo o un tronco spaccato;

 

Attualmente c'è una nuova tendenza nel bonsai a disegnare alberi con molte parti secche nel legno.

E' mia intenzione darvi una dimostrazione di quali sono le tecniche per operare questi interventi sulle vostre piccole piante.

Normalmente quando noi tagliamo un ramo si forma una cicatrice e possiamo ora vedere, su qualche ramo che ho portato con me alcuni esempi. Questo metodo di operare su rami staccati, ritengo opportuno consigliarvelo perché è anche la maniera migliore per esercitarsi.

Normalmente per tagliare un ramo, noi usiamo una cesoia concava ed abbiamo così una cicatrice concava. Ora l'uro è una imitazione del buco che si crea in una pianta quando, in qualche cicatrice molto profonda esistente sull'albero, Il legno marcisce così che il buco penetra fino all'interno del tronco.

Di tutti questi eventi naturali noi possiamo fare una imitazione nel bonsai.

Questi lavori si possono realizzare usando un apposito attrezzo ovvero è sufficiente Impiegare una delle sgorbie che normalmente vengono usate per scolpire il legno.

Con questi attrezzi si cerca di fare un buco verso l'interno del tronco partendo dalla cicatrice. Il buco va fatto dal basso verso l'alto e non viceversa per evitare che l'acqua penetri all'interno della pianta e la parte interessata marcisca completamente.

C'è anche una maniera più facile, usando un trapano, ma bisogna stare molto attenti perché vi è Il pericolo di passare dalla parte opposta del tronco.

Una volta eseguita, questa cavità non richiede altre particolari cure perché è completamente protetta dall'acqua che potrebbe produrre il marcio.

Per quanto riguarda il jin si premette che esso è soprattutto adatto per piante con legno particolarmente duro come il pino ed il ginepro e ciò perché un legno tenero marcirebbe. molto rapidamente.

Pensiamo ora di trovarci dl fronte al problema di ridurre con un jin una pianta che abbiamo raccolto nel bosco e che è troppo alta. Ci sono due soluzioni per risolverlo:

- tagliare obliquamente in un certo punto e raddrizzare un ramo laterale per farlo diventare la punta;

- ovvero fare un jin che sostituisca l'apice.

In primo luogo si deve tagliar via ciò che si ritiene la parte superflua, conservando un pezzo dl tronco che dovrà essere trasformato in un jin.

Si possono quindi usare un paio di pinze apposite da jin, ma anche un paio di pinze normali, con le quali si afferra in punta un lembo del legno tagliato e, facendo ruotare le pinze con il polso, si tira via verso il basso la parte eccedente di legno.

Con questo metodo si forma una punta che, contrariamente a quanto avverrebbe se si usasse un coltello, appare molto più naturale.

Eventualmente il coltello può essere utile per tagliare la corteccia alla base del jin, per evitare di andare oltre il limite che ci si è prefissato.

Sulla punta del jin, alcune schegge, quelle più morbide, vanno lasciate, in modo che marciscano da sole dopo alcuni mesi e si potranno rimuovere con un coltello, sempre però senza fare un taglio diritto e regolare.

I rami troppo sottili non si prestano per essere trasformati in un jin.

La stagione migliore per questo intervento è quella della massima vegetazione, perché in quel momento la corteccia si stacca facilmente ed è più facile toglierla.

Un jin va protetto, altrimenti nel tempo marcisce. In Giappone hanno studiato alcune soluzioni per proteggere i jin, ma potete fare voi stessi un prodotto efficace utilizzando questa ricetta:

 112 grammi di calce

 250 grammi di zolfo

far bollire in mezzo litro di acqua per un'ora. A causa del cattivo odore è bene che questo lavoro sia fatto all'aperto e non in casa.

Questa quantità è sufficiente per dieci o più anni ed Il prodotto serve sia come sbiancante che come protettivo.

Deve essere spalmato sul jin dopo un periodo di circa sei o otto settimane dal momento in cui il un stesso è stato fatto, in quanto il legno deve essere già secco. Il primo anno l'applicazione deve essere fatta per due volte e poi ripetuta una volta all'anno in quelli successivi.

Se si intende correggere la forma del jin, ciò è possibile solo al momento in cui viene fatto, applicando normalmente il filo: dopo 4 o 5 settimane la forma rimarrà come si voleva fosse. Per modificare la forma di jin già diventati secchi, la tecnica è molto più complicata  in quanto il ramo deve essere prima avvolto con panni bollenti per rendere il legno nuovamente flessibile.

Quando si decide di creare un jin su di un bonsai è consigliabile di farne prima un disegno, perché una volta realizzato non si può più tornare indietro.

Un'altra tecnica è quella dello shari, che consiste nella rimozione di una parte della corteccia dall'albero.

Sul tronco dove si intende fare uno shari, si dove fare una incisione con un coltello molto affilato, a forma di un H, quindi si toglie la corteccia partendo dal centro verso l'alto e verso il basso. Così facendo la corteccia si assottiglierà in modo naturale sfamando verso le due estremità.

Dopo qualche tempo il legno scoperto verrà trattato con lo stesso prodotto sbiancante adatto per il jin.

Per realizzare il sabamichi, che è una cavità creata artificialmente nel legno per simulare i tronchi cavi dei vecchi alberi, si usano sgorbie e trapani per incidere e esportare il legno dove lo si desidera. Questa parte non va trattata con lo sbiancante in quanto è bene che si scurisca naturalmente; per prudenza si consiglia piuttosto l'applicazione di un cicatrizzante, opportunamente dì colore scuro, che evita la possibilità di infezioni e marciume.

Gli speciali strumenti per ottenere questi effetti sul bonsai che vi sono stati mostrati, non sono necessariamente indispensabili e possono essere sostituiti dalle usuali attrezzature per la lavorazione del legno.

Una volta eseguiti questi lavori non bisogna pensare che il risultato sia esteticamente valido subito, ma sarà necessario attendere che il tempo stenda la sua patina per rendere più credibile l'intervento umano.

D'altra parte normalmente il legno morto non è così importante nel bonsai, ma serve unicamente ad aggiungere un ulteriore fascino alla sua immagine, tolto lo stile chiamato “driftwood' in cui questa caratteristica è predominante e definisce tutto il bonsai.

In questi ultimi anni si è cominciata a diffondere la tendenza, nelle dimostrazioni, ad usare strumenti grossolani (seghe a motore) per eseguire questi tipi di intervento, ma è mia opinione che si tratti soprattutto di una forma di esibizione e di spettacolo; solo il tempo potrà eventualmente dire se questa tendenza porterà ad un nuovo stile.

Per concludere consiglio di programmare sempre in anticipo qualsiasi intervento di questo tipo ricorrendo eventualmente ad un disegno o, meglio ancora, ad una fotografia su cui tracciare con un pennarello il risultato che si intende ottenere. E' assai opportuno ricordare come convenga utilizzare sempre soggetti sani e robusti che garantiscano di sopportare gli interventi.

Un'ultima raccomandazione è quella dl impegnarsi a dare al proprio intervento una grande naturalezza, perché solo così l'aspetto del bonsai so ne può avvantaggiare.