DIBATTITO

 

IL BONSAI DEFINIRLO PER CONOSCERLO

 

Gianfranco Giorgi: vorrei, come prima cosa, ringraziare Arcobonsai per questa ormai tradizionale manifestazione e tutti coloro che hanno contribuito con il loro lavoro e con la loro presenza a far sì che diventasse un importante appuntamento per chi lavora in questo campo o anche solo si diletta di bonsai.

Questa espressione d'arte orientale si è ormai affermata nel nostro paese ed ha raggiunto un buon grado di maturità'. Tuttavia la confusione che vi aleggia attorno è tanta da riuscire, spesso, a stupirsi.

Ultimamente ho visto la parola bonsai usata, tanto per fare due esempi, sia per definire micro-verdure che per reclamizzare dei dischi. ‘Ogni disco un capolavoro; come il bonsai” prometteva la pubblicità. ma è davvero così?

Credo che ogni bonsaista si sia spesso domandato quand'è che una sua pianta può essere considerata "un bonsai".

Rivolsi questa domanda, in occasione di un incontro avvenuto in Germania, a Saburo Kato, il più insigne discendente di una famiglia che coltiva da generazioni bonsai ad Omyia e attuale presidente della “Nippon Bonsai Association”, il qual dette allora una risposta evasiva, molto “giapponese”; fece però una distinzione importante. Kato, infatti, distinse le piante coltivate per puro diletto personale da quelle che sono presentate alle mostre come piante pregiate. Mentre per le prime tutto è permesso, le seconde devono trasmettere l'apparenza di un albero vetusto (ciò che gli americani definiscono “Treeness” e l'amico Carlo Oddone “Alberità”). Sempre in quella occasione Kato disse che noi occidentali dovevamo trovare nuove ed originali forme, guardando la natura che ci circonda e non ricalcare all'infinito i modelli giapponesi.

Poiché ho avuto la fortuna di vedere bonsai un po' ovunque nel mondo, direi che, mentre le tecniche sono talmente varie da essere quasi infinite, i risultati, i buoni risultati, sono praticamente gli stessi: con tre eccezioni.

In Italia e Sud- Africa è stata usata la base dell'olivo, su cui sono stati ricostruiti il tronco ed i rami, per dare l'illusione che questi nascessero da una roccia.

In Cina l'espressione artistica più genuina è il “paesaggio in miniatura” dove le rocce sono predominanti e le piante solo accessorie e complementari.

Negli Stati Uniti invece la vastità del territorio, la varietà del clima e dei paesaggi hanno favorito la raccolta e la collezione dl straordinarie piante modellate attraverso il tempo dalle avversità naturali: l'intervento dell'uomo è solo servito a ridar loro vigore e migliorarne la forma. Sempre negli Stati Uniti un bonsaista della Louisiana, Banting, suggerisce per il Taxodium un apice piatto così come avviene in natura; cosa questa che potrebbe essere valida anche per l'Africa: basti pensare a quelle piante, solitamente acacie, tipiche di questo continente.

In definitiva e contraddicendo quel grande maestro che è, nessuno lo dubita, Saburo Kato, un albero è un albero sotto tutte le latitudini e creare qualcosa di diverso significa ottenere un risultato poco o niente somigliante ad un albero e, conseguentemente, ad un bonsai.

Se vogliamo fare due esempi con piante tipicamente italiane come il Pinus pinta e l'Olea europea, che hanno un loro particolare portamento, ci renderemo conto che, più o meno, non ci allontaniamo troppo dai modelli proposti dai giapponesi.

E' stata mia convinzione e lo è parzialmente ancora oggi, che non si dovessi limitare entro schemi rigidi il bonsai, vuoi per non avvilire la creatività, vuoi per non scoraggiare i neofiti. Questo mio atteggiamento è stato, credo ingiustamente. Interpretato come permissività, cosa abbastanza grave visto che da sempre sono uno dei promotori dell'associazionismo nel nostro paese: ho sempre creduto, infatti, che la cosa veramente importante nel fare bonsai non fosse tanto il risultato, quanto la possibilità di avvicinare le persone alla natura, per capirla ed amarla, in poche parole, comprendere il rapporto che il bonsaista "DEVE" avere con le piante. La mia fantasia non poteva certo prevedere quali limiti avrebbe raggiunto la commercializzazione di tante mistificazioni.

Oggi, comunque sia, documentarsi non è Impresa difficile e credo che molti si rendano conto che un bonsai non è un "oggetto", ma qualcosa che richiede impegno ed un minimo di conoscenza sia della fisiologia e delle tecniche, che del suo background o supporto culturale.

In tante occasioni abbiamo deplorato le "non verità" che spesso ci propongono i mass-media, ma la nostra voce si è persa nel coro di quelle condizionate da ragioni economiche e dal sensazionale ed io fortemente dubito che riusciremo a far prevalere la voce del buonsenso. Se da questo incontro potesse nascere tra noi un comune desiderio di far chiarezza, il bonsai avrebbe fatto un grosso passo avanti.

Io non ho in tasca la formula magica per cambiare le cose e la parola "Bonsai" non è da sola sufficiente a chiarire il concetto; non credo che cose complesse possano chiarirlo.

Definire il bonsai non sarebbe così importante, se ci si riferisse solo al mondo degli amatori, ma lo diventa se non vogliamo che le nostre iniziative finiscano solo per arricchire gente senza scrupoli.

Ecco perché invito ognuno di voi, qualunque occasione abbia di parlare di bonsai, a voler aggiungere a questo termine la definizione "alberi in miniatura". Non credo, dicendo questo, di aver scoperto niente di nuovo, anche perché già il primo e più importante libro sul bonsai, quello di Yoshimura, che è considerato la “bibbia”, si esprime in questi termini. Credo però che se parleremo del "bonsai albero in miniatura", daremo già un'immagine, non misteriosa e discutibile come l'uso della sola parola può lasciar apparire, ma concreta e reale. Un vero bonsai deve, infatti, avere tutte le caratteristiche di un albero nel pieno della maturità, seppure in dimensioni ridotte. La vita di chi approfitta dell'ignoranza altrui per gabellare come bonsai conifere nane o piante appena rinvasate e che di albero hanno poco o niente, sarà certamente più difficile.

Vorrei infine richiamare la vostra attenzione sull'età, che pare essere metro dl paragone e giudizio, quando tutti ben sappiamo come questa abbia poca importanza nella determinazione del valore di un bonsai. A questo proposito ricordo la meraviglia della delegazione cinese alla mostra di Genova, ché si affrettò (i cinesi non sono commercialmente secondi a nessuno) ad inventarsi l'età delle piante esposte: che si trattasse di valore aggiunto?

Facezie a parte, se insisteremo su questi due elementari principi, avremo reso un buon servizio alla chiarezza ed alla conoscenza del bonsai.

La provocazione di Giorgi ha dato i suoi frutti e dai presenti viene la domanda: cosa rispondere quando qualcuno che non approva il bonsai accusa i suoi cultori di essere crudeli contro la natura e di torturare gli alberi, impedendo loro di crescere.

Oddone: Quando si pensa agli alberi si immaginano sempre grandi ma questa non è la realtà, essi sono "generalmente" di grandi dimensioni, ma molto spesso in natura esistono soggetti che non sono cresciuti affatto e ciò per ragioni assolutamente spontanee, in quanto sono nati e si sono sviluppati in condizioni particolari e la loro piccola dimensione è addirittura il solo modo in cui riescono a sopravvivere. Non bisogna dimenticare tra l'altro che il suggerimento a coltivare piccoli alberi è venuto proprio dall'osservazione della natura e che, anche se sembra paradossale, gli alberi diventano grandi a causa della dura lotta per la vita cui sono costretti dalla necessità di esporre le loro foglie alla luce (le piante del sottobosco ad esempio, che evidentemente sono meno esigenti a questo riguardo, restano piccole); persino il singolo ramo deve allungarsi tanto da portare ogni sua nuova foglia il più possibile fuori dell'ombra della precedente.

Poiché quindi non tutti gli alberi sono grandi, non necessariamente si compie una violenza creando bonsai di piccola dimensione.

Un altro aspetto della critica è legato alla cruenza degli interventi, cioè l'USO delle forbici per le frequenti potature e cimature. A questo riguardo ricordo certe battute ‘spiritose' come: le piacerebbe che le tagliassero un braccio o anche solo un dito? La domanda non è pertinente, in quanto presupporrebbe che si potesse in realtà amputare parti di animali o di persone ed attendersi che ricrescessero di bel nuovo, esattamente come accade nel regno vegetale. Le piante infatti conservano nei loro tessuti delle cellule primordiali capaci di rigenerare le parti funzionalmente utili. D'altra parte la caduta delle foglie è un esempio di amputazione spontanea, per cui ad ogni primavera in molte piante tutta la chioma viene rinnovata; per non parlare dei danni provocati da eventi naturali o da parassiti, cui l'albero reagisce ricostituendo le parti necessarie, e nessuno si sognerebbe di criticare per questo la natura.

Vale la pena però di fare una considerazione: noi siamo cattivi perché potiamo le piante per farne bonsai, ma non così vengono considerati ad esempio i contadini che potano drasticamente gli alberi fruttiferi o la vigna onde migliorarne la produzione. Il loro, si dirà, è uno scopo economico, ma anche noi interveniamo sui nostri soggetti per una buona ragione: ciò che ci spinge è una motivazione estetica, che dà sicuramente più piacere di un bicchiere di vino. Certo sia in un caso che nell'altro l'uomo si arroga il diritto di intervenire sulla natura, ma questo discorso ci porterebbe certo lontano...

Io credo comunque che chi parla di crudeltà non ha capito niente della coltivazione bonsai, o perlomeno non è informato: la spinta al bonsai nasce da un profondo amore per la natura, se vogliamo presumere che coloro che fanno bonsai siano 'puri di cuore' e non solo perché va di moda o per sentirsi fare i complimenti dagli amici stupefatti dalla loro bravura. La persona che fa bonsai con questa onestà dentro, si accorge presto che i buoni risultati si ottengono anche perché si rispettano I ritmi e le esigenze della natura, e rispettare significa inevitabilmente amare. In tal modo, anche se con interventi in apparenza severi, la pianta viene quasi dolcemente guidata a evolvere in un modo piuttosto che in un altro.

Andrè Montagne: Sono essenzialmente d'accordo e vorrei solo aggiungere che anche a me, in vivaio, spesso capita di sentire simili accuse. Io allora semplicemente faccio notare alla persona, che sta camminando sull'erba e che certamente gli sta facendo male...

Detto questo, mi sono convinto che si se ben poco sulla sofferenza umana ed ancor meno certo su quella vegetale. In genere si parla di dolore quando l'uomo è autore dell'intervento: se stiamo passeggiando ed io rompo un ramo, chiunque ha il diritto di pensare male del mio gesto, ma se a romperlo è stato un colpo di vento la reazione non I sicuramente le stessa. Il punto quindi è l'implicazione dell'uomo ed io credo che il bonsai ala proprio questa relazione tra uomo ed albero.

Volendo, si può difendere la coltivazione bonsai In un modo pii scientifico. Consideriamo che nella parte aerea dell'albero avvengono le funzioni legate al metabolismo del carbonio e nelle radici. incaricate di assorbire gli elementi nutritivi dal suolo, quelle relative al ciclo dell'azoto. Se prendo due alberi ed uno lo pianto e lo lascio crescere in piena terra e l'altro in vaso, trattandolo come bonsai, analizzando I valori delle finzioni carbonio e azoto, scoprirò che nell'albero libero sono nel rapporto di 200 su 300, e nel bonsai di 2 su 3: le quantità cambiano, ma il rapporto è esattamente lo stesso. Se l'albero in piena terra è in buona salute, non posso pensare che Il mio bonsai, che vive nell'identico rapporto, sia in condizioni di sofferenza.

Werther Paccagnella: Ho fatta mia una battuta del professor Corbetta di Bologna per rispondere alle signore tanto sensibili da accusarci dì cattiveria versi le piante: cosa c'è di piè crudele del masticare un'insalata croccante o tritare il prezzemolo per un vostro intingolo. Generalmente sono messe a tacere.

Dato per risolto il problema della crudeltà, cerchiamo dl arrivare a definire il bonsai con una visione possibilmente omogenea

Oddone: fino a quando sarà possibile per ciascuno dare o difendere delle interpretazioni personali e soggettive di cosa sia il bonsai, finirà sempre per esserci una notevole differenza tra le diverse definizioni e ciò non aiuta a chiarire le idee né agli amatori né presso il pubblico. D'altra parte, mentre per qualcuno vi è una tendenza, qualche volta anche eccessive all'accuratezza, da qualcun'altro la coltivazione del bonsai viene considerata un divertimento per cui si ritiene esonerato totalmente dal rispettare anche un minimo di tale accuratezza.

Ora è da precisare che al bonsai spesso ci si avvicina con delle buone intenzioni, ma purtroppo molti di quelli, che lo praticano non sono dei veri amatori e magari non lo diventeranno mai. Ciò in quanto non sono bonsaisti nel loro intimo, non sono disposti ad accettare critiche e ad ammettere che per imparare delle cose decisamente complesse e che hanno impiegato secoli per evolvere ci vuole tanto tempo.

Sono queste persone che rischiano, per giustificare e rendere accettabili I loro alberetti, di mettere in giro delle voci su una certa libertà nell'ambito del bonsai, che creano un sacco di confusione.

Di tale situazione beneficiano ovviamente certi commercianti, ma ne soffrono Il bonsai, se lo si vuoi vedere come una nobile arte, e gli stessi amatori, che quando aprono gli occhi si rendono conto di avere sprecato del tempo invece di ottenere i risultati sperati

Quando noi fossimo riusciti a dare una definizione del bonsai e tale definizione fosse chiarita alla gente, nove volte su dieci le cose che i commercianti propongono non verrebbero acquistate o, per lo meno, non verrebbero pagate quello che assolutamente non valgono.

Se la pianta che viene messa in vendita è una proposta dl bonsai, non tanto bella, deve essere chiaro che la stessa non vale mito e ciò nonostante sia una pianta avviata a diventare un bonsai.

Nella confusione generale oggi esistente diventa difficile per la gente capire se un bonsai vale o no.

Se ci mettiamo d'accordo su dove si deve e si vuole arrivare, automaticamente verranno a formarsi tutta una serie di gradini che equivarranno ad una scala di valori.

Era in quest'ottica che a suo tempo avevo cercato di introdurre il concetto di prebonsai, quale tentativo di mettere in guardia che non tutto quello che veniva messo in vendita era un bonsai fatto: un invito insomma a distinguere un bel soggetto da una piante che talvolta ne aveva solo il potenziale o ancora di una semplicemente trattata per simulare un bonsai.

Dobbiamo essere talmente onesti da riconoscere che nel mondo del bonsai oggi c'è un po' di tutto e, prendendo coscienza di ciò, saremo gli su una buona strada.

Giorgi:  Come Oddone ha detto giustamente da qualche parte, non tutti coloro che amano la musica riescono a suonare in maniera eccelsa. Musicisti si nasce o si diventa e io credo che sia la stessa cosa per il bonsai. Se uno fa delle piante che gli piacciono, ed in fondo le fa per se ed è soddisfatto di quello che fa, a mio giudizio non è criticabile: si può proporre alla gente qualcosa come un modello al quale si possono o no attenere, mentre non gli si deve imporre quello che devono assolutamente fare. Un discorso un po' più complesso riguarda la sfera dei commercianti che dovrebbero avere più onestà nel vendere certe cose, che sono molto criticabili, per il loro valore effettivo.

Oddone: Non vale come giustificazione l'affermare che un amatore, poiché fa bonsai solo per il suo divertimento, sia “autorizzato” a fare brutti bonsai. Penso che proprio perché si dice amatore dovrebbe tendere ad ottenere i migliori risultati possibili, soprattutto per se stesso. Nello spirito del bonsai, d'altra parte, un bonsai è sempre fatto per se stessi

Per far ciò però mi sembra indispensabile conoscere caratteristiche e qualità del bonsai e sapere quindi cosa si vuole ottenere, altrimenti ci si limita a coltivare una semplice pianta in vaso. Non trovo nemmeno giusto che, per non urtare la sua suscettibilità o per non demoralizzarlo, non si dica a chi sta tentando di fare bonsai, se sbaglia, che di fatto non lo sta' facendo e gli si lasci credere di essere sulla buona strada, dal momento che questa coltivazione ha uno scopo preciso e cioè di portare il bonsai ad assomigliare ad un vecchi albero.

Se il soggetto da noi realizzato non assomiglia minimamente ad un vecchio albero, perché non vi è un corretto rapporto tra il tronco e la posizione e la forma dei rami, non c'è suddivisione della ramificazione secondaria né miniaturizzazione della chioma, per cui è un “albero” che in natura non esiste, perché chiamarlo bonsai?

Intervento 1: Io coltivo da alcuni anni piante in vaso e non so se sono o diverrò mai un allevatore di bonsai: la cosa poi non è che mi interessi moltissimo. Ho fatto morire molte piante e tra quelle che mi sono rimaste ci sono due o tre esemplari che mi piacciono moltissimo e che, a prescindere dai giudizi esterni, io considero dei bonsai.

Quello che mi conforta in questa mia convinzione è il fatto che sono stato in Giappone, dove girando per le stradine di Kyoto ho visto come intendono loro il bonsai, cioè come lo intende la famiglia, la persona qualunque.

Chi ha un terrazzo ha normalmente una cinquantina di piantine delle quali a turno una la mette al centro del terrazzo. Io ho fotografato queste piantine e, quando sono stato a casa mi sono accorto che alcune erano notevolmente peggiori delle mie.

A mio avviso loro, come me, sono dei bonsaisti; nel momento in cui io, come loro, intendessimo esporre o vendere le nostre piantine ci possiamo sentir dire che non valgono niente.

La differenza pertanto è a livello di commercio, perché quando lo vedo delle piante che mi vengono vendute da delle persone che pretendono di avere una certa autorità in quanto fanno quella cosa di mestiere e me le vendono spacciandole per bonsai, allora il discorso probabilmente cambia ed in questo caso c'è la necessità di definirlo, il bonsai.

Oddone: Se in Giappone qualcuno coltiva bonsai, lo fa seguendo una tradizione, però non vuol dire che i prodotti siano quelli che si intendono commercializzare e esporre alle mostre. Non si tratta sempre di amatori, ma di persone che seguono appunto una tradizione di coltivare piante come potrebbe essere per noi quella di coltivare le rose o i gerani.

Noi non abbiamo la cultura del bonsai per cui dovremmo essere rispettosi della loro tradizione , guardando però al meglio e non al peggio. Quando I giapponesi ci hanno fatto vedere I primi bonsai non ci hanno certo mandato le brutture che ora vengono commercializzate.

Bonacchi: il bonsai è un'arte tramandata per millenni in Cina e in Giappone. Bonsai: una parola che tradotta in italiano significa albero coltivato con arte in una ciotola. Un'arte arrivata da non molto tempo in Europa e da poche decine di anni in Italia.

La cosa che noi occidentali sembra non vogliamo capire è che Il bonsai ha bisogno di anni per riuscire ed essere abbastanza ben fatto. Non importa se il tronco è piccolo o grande, l'importanza è che sia bello da vedere e da godere.

Per la nostra furia di vedere grossi tronchi di altezza limitata, è arrivata una invasione di piante venduta per bonsai che io definirei piuttosto “porcai”.

Tronchi segati senza il rispetto di linee, con rametti in cima che a vederli hanno più l'aspetto di scope che di piante. Oppure tronchi fini come una matita alti 80 centimetri, avvolti in filo dl ferro per dare l'illusione della pianta vecchia, ma con linee rigide e fredde che non hanno niente del bonsai.

Inoltre tutto questo, se fosse messo in vasi qualunque, verrebbe giustamente considerato come materiale di scarto, invece essendo messo in appositi contenitori viene venduto come bonsai.

Secondo la mia convinzione questo fa si che il bonsai invece di affermarsi come un'arte piacevole e duratura sia solamente una moda fugace, cosa che va tutta a sfavore degli amatori e dei collezionisti, i quali per fare una pianta piacevole impiegano anni ed anni dedicandogli moltissime ore del loro tempo libero.

Voglio sperare che tutti gli appassionati del bonsai riescano a fare si che il nostro hobby si allarghi, aiutando tutti i principianti, dando loro del buoni consigli, in modo che non facciano gli errori che sono stati commessi da coloro che hanno iniziato qualche anno fa', e ciò senza pavonegqiarsi da grandi maestri, ma da umili amanti deI bonsai.

Giorgi: stigmatizzando il comportamento dei commercianti ci dimentichiamo di definire Il bonsai. Io credo che se riusciremo ad identificare che cos'è il bonsai, con un definizione possibilmente concisa alla quale ci si possa rifare ogni volta che il bonsai viene nominato, noi avremo reso un grosso servizio a tutto il mondo degli appassionati.

Vaghi: per me la parola bonsai deve essere sempre accompagnata alla parola arte. Arte non come la intendiamo in occidente, ma bensì come si intende in oriente. In questo senso c'è l'arte del tiro con l'arco e c'è l'arte del bonsai.

Per imparare tutte e due le cose è necessario applicarsi molto e che qualcuno ci dia degli insegnamenti e soprattutto ci vuole parecchio tempo.

Alla fine chi ha imparato a tirare con l'arco è evidente se farà centro mentre, e qui sta il problema, chi ha imparato a fare bonsai non risulta che faccia centro; per cui è necessario stabilire cosa si Intenda per “centro” per sapere chi ha tirato giusto e chi no.

Se noi riusciamo a dare una definizione del bonsai, questa costituirà li bersaglio, e ognuno potrà semmai dire:”.. il mio tiro questa volta non è stato proprio centrato, però ci sono vicino e potrò fare di più per migliorare la mia mira”.

Giorgi: Io starei attento a non andare a cercare concetti complessi che vadano a tutto svantaggio della definizione del bonsai. Ci vorrebbe qualche cosa di incisivo che servisse anche a chiarire le idee. Che poi si possano tare anche valutazioni di altro genere è vero, ma questo sarà una cosa talmente complessa da riservare solamente agli addetti al lavori.

Al grosso pubblico che si avvicina al bonsai bisogna dare una definizione del bonsai stesso che sia breve, chiara e che soprattutto renda l'idea di quello che un bonsai dovrebbe essere.

Madame Agnes: Un tentativo di definizione di bonsai potrebbe nascere dalla considerazione che quando parliamo di bonsai ci riferiamo ad una pianta in vaso che dà l'illusione di un albero in natura; che dovrebbe ricordare qualche cosa della natura. Non necessariamente ed esattamente come è in natura, però con quel punto particolare di richiamo, che arriverei a dire artistico e che ne fa esattamente un bonsai, cioè un albero che esce da uno standard qualsiasi ed ha una peculiarità: è un bonsai. D'altra parte non bisogna nemmeno dimenticare che quando diciamo che il bonsai è un albero coltivato in vaso, traduciamo semplicemente un vocabolo di un'altra lingua; va tenuto presente però che i giapponesi hanno due termini ben distinti per indicare una pianta in vaso, termini che distinguono un bonsai come noi lo intendiamo da una pianta qualsiasi coltivata in vaso, quale una pianta di basilico o un geranio.

Ciò dimostra che vi è già una riconosciuta e netta distinzione tra ciò che si può considerare un bonsai ed una semplice pianta in vaso,

Per quanto riguarda il bonsai commerciale e quello di qualità, purtroppo nel commercio ci saranno sempre coloro che per guadagno venderanno per bonsai ciò che bonsai non è. Solamente quando le Associazioni di amatori lavorando sodo e soprattutto criticando sia le piante messe in vendita che le loro stesse piante si otterrà qualche cosa. Gli appartenenti alle associazioni ed ai club infatti, per primi devono imparare a distinguere che cosa si vuole intendere per bonsai. La mia esperienza mi ha insegnato che dove le Associazioni funzionano, cioè dove c'è questo rigore, questa ricerca, questa precisa intenzione, i commercianti sono limitati nel loro modo di agire.

Per imparare a tare del bonsai gli amatori devono uscire dal loro stretto ambito, frequentare convegni e mostre e portare molte piante. E' vedendo le piante degli altri che si impara a fare meglio.

Picella: La definizione della Signora Agnès è quella che mi pare si possa sottoscrivere. Solo che piuttosto che di “illusione” parlerei dell”'idea di albero”. E' un fatto culturale, un fatto d'arte, per cui il bonsai potremmo averlo in noi e dare quindi un'interpretazione, non la rappresentazione reale della pianta. In effetti penso che sia soltanto questo il bonsai: “l'idea”.

Intervento 2: Vorrei cogliere l'occasione per ringraziare qui coloro che fanno del bonsai da tanti anni ed hanno permesso a tutti noi di conoscerlo. Il fatto che ci si possa incontrare, scambiare le proprie opinioni, dire quali sono i proprie successi o insuccessi o cosa si voleva riuscire a rappresentare con un albero, penso sia la cosa più importante.

Noto un certo dualismo tra commercianti ed amatori ed un dualismo tra l'albero e chi lo sta lavorando. E' perciò necessario che si instauri un rapporto corretto sia con la pianta che con i commercianti, non dimenticando che questi ultimi procurano le piante e svolgono un certo lavoro preparando il materiale fino ad un certo punto. Forse è essenzialmente un problema di domanda ed offerta: in presenza di una offerta monopolistica e di una grossa domanda, perlopiù impreparata, il prezzo non può che essere altissimo. Sono d'accordo pertanto con la signora Agnes che ci incita a continuare il nostro lavoro, che consciamente o inconsciamente, tra evoluzioni varie, diminuirà questa dualità. Inoltre credo che la cosa più valida sia l'arricchimento culturale che possiamo ottenere grazie ai. convegni come questo, in quanto ci danno la possibilità di trovarci insieme; di incontrare lingue, esperienze e culture diverse. Mi auguro pertanto che continuiate a proporci di queste opportunità e spero un giorno di essere in grado di darvi una mano.

Giorgi: Esprimo qualche perplessità su quanto affermato da madame Agnes in quanto in Germania, pur avendo un grosso Club, e pur lavorando molto e da molto tempo, non hanno raggiunto dei grossi risultati.

Madame Agnes: Penso che si tratti di una questione di tempo unitamente ad altre considerazioni. Evidentemente il fatto che in Olanda il club ha sedici anni rispetto ai dieci di quello tedesco ed inoltre la nostra particolare situazione geografica, ha permesso di avere moltissime informazioni nelle più diverse lingue e soprattutto di evolvere la mentalità.

Masina: Non intendo essere né polemico né altro, ma voglio un po' tentare di riassumere quello che è stato fin qui detto. Ieri abbiamo ascoltato Pìus Notter il quale ci ha detto che in Svizzera hanno una associazione che raccoglie 2000 appassionati. Noi in Italia siamo circa 700 appassionati divisi in 4 associazioni; in 4 gruppi separati e distinti, e tutti gli anni viviamo delle diaspore. Siamo qui a cercare di redigere il “manifesto” del bonsai italiano, come tutte le correnti artistiche del passato, e ciò, a mio avviso è una cosa difficilissima se non impossibile da fare, perché il bonsai ha talmente tante sfaccettature che per un commerciante è una cosa, per un amatore è un'altra, per un artista, inteso come colui che raggiunge delle vette eccelse nella realizzazione di bonsai, è un'altra ancora.

C'è un aspetto tecnico, un aspetto vegetale, un aspetto artistico: ci sono tante cose da considerare.

In Italia abbiamo sentito qualcuno affermare che il bonsai è solo quello che viene dal Giappone. Se ciò è vero evitiamo di fare del bonsai, compriamo quelli fatti in Giappone e abbiamo risolto il problema.

Abbiamo però anche sentito oggi quel signore che i stato in Giappone ed ha visto dei bonsai che portati in Italia farebbero ridere i polli. A mio avviso il problema oggi in Italia, è che c'è un grosso mercato che si sta' espandendo a macchia d'olio. Per informazione il bonsai è già stato in televisione diverse volte, ci sono tre pubblicazioni periodiche che vengono distribuite ad un numero esiguo di persone. Ognuno ha il suo piccolo potere e lo difende strenuamente. Noi ci ritroviamo tutte le volte e discutiamo sempre sulle stesse cose e non siamo ancora riusciti, in particolare, a definire cosa sia un bonsai, essendoci ancora chi dice che si tratta di una pianta coltivata in vaso con armonia ecc. e chi dice che è una specie di formula matematica, con il vaso che deve essere tre volte Il tronco, il primo ramo deve essere ad un terzo dell'altezza del tronco, con un'inclinazione di 13 gradi rispetto all'asse, ecc. ecc. Questa per me è una cosa sterile. Per altri è tutto fuorché una formula matematica, ma è valido purché sia bello, purché piaccia, purché sia armonioso. A questo punto il commerciante ha buon gioco perché può vendere di tutto.

A mio avviso dobbiamo quindi definire un minimo standard commerciale, cioè salvaguardare il compratore ed aiutarlo a scegliere quella determinata pianta, che deve avere definite caratteristiche e rivelare un certo lavoro. E' aumentando la capacità critica della base, con mostre, riviste e incontri, che cesserà in maniera naturale la possibilità per i commercianti di vendere delle conifere nane, che non hanno avuto nessun Intervento, al prezzo di un vero bonsai.

E' questa capacità che dobbiamo stimolare e non continuare a criticare i commercianti i quali, fin che trovano le condizioni per vendere certe cose, lo fanno, in una logica commerciale che non può essere definita disoneste.

Antonello: Colgo l'occasione per affrontare un discorso che da molto tempo avevo intenzione di fare e ritengo che questa sia la sede giusta anche parchi, oltre a molte persone che amano il bonsai vi sono operatori del settore e soprattutto persone che hanno la possibilità di divulgare le informazioni.

Io sono entrato nel campo del bonsai da circa quattro anni, prima come amatore avendo sposato una giapponese e poi come commerciante di attrezzature e ritengo per questo di poter essere considerato neutrale. Ho rilevato un grosso errore che viene commesso qui in Italia, un po' voluto ed un po' subito, di cui siamo responsabili più o meno tutti: sotto un certo profilo si i finito col dare ai commercianti una patente che in certo senso lascia loro arbitri di stabilire cosa sia un bonsai. Questo è accaduto poiché, in condizioni di libero commercio, se nessuno definisce il bonsai il cliente accetta tutto quello che gli viene detto. Viaggiando in diversi paesi quali Taiwan e altri mi sono reso conto che questo errore può essere ingigantito. Un esempio che credo possa essere indicato quale culmine di questa mistificazione è l'operazione portata avanti da un commerciante italiano che ha venduto ad un gran numero di persone una valigetta con un modesto vaso bonsai di grès, alcuni semi, un pieghevole con le istruzioni, una forbicina e un po' di terra: il tutto per un valore di tre mila lire, al prezzo di cinquanta mila lire e sotto il titolo: ”fatevi il bonsai da voi partendo dal seme”.

Voi sapete come so lo che da quella cosa non uscirà mai nulla.

Per poter aiutare le persone che sono cadute in quella trappola ed evitare che ciò si ripeta, mi è venuta un idea e ve la propongo.

In primo luogo voi dovreste stabilire che cosa è il bonsai una volta per tutte e su questo tema dire: 'questo è un bonsai e questo no, questo lo potrà diventare'.

Voi come Associazioni dovete rappresentare una forma di difesa dei consumatori, per evitare di rimanere un piccolo Olimpo che non si aprirà mai visto che molti di coloro che si avvicinano al bonsai ne vengono allontanati, delusi dal comportamento dei commercianti.

Potreste presentarvi ad una trasmissione televisiva insieme ad un commerciante ed appoggiandovi ad un Ente neutrale, che credo potrebbe essere la Nippon Bonsai Association. In un dibattito si potrebbero chiarire molte cose, con l'intervento della citata N.B.A., che si dichiara molto preoccupata del fatto che in Italia, Spagna, Grecia, ecc. si siano create situazioni tanto diverse rispetto ad esempio dalla Germania, a causa del notevole divario nel comportamento dei commercianti che operano nelle diverse nazioni.

Io so che tra non molto dalla Tailandia, dalle Filippine dalla Malesia, arriveranno prodotti ancora peggiori di quelli attuali e sarà possibile vedere buoni bonsai solo alle mostre degli amatori.

I giapponesi, per poter difendere una corretta immagine del bonsai nel mondo hanno però bisogno di collaborazione da parte dei Club locali. Ci sono dl sicuro delle autorità indiscusse tra di loro che potranno far vedere e toccare con mano come ci vogliano degli anni anche per poter ottenere anche un piccolo risultato; allora la gente capirà perché certe cose costano care e certe cose non valgono niente.

Se vi interessa io posso essere un tramite in questo progetto.

Genotti: Per quanto riguarda i semi verrà pubblicata da parte mia su Gardenia una lettera nella quale chiarirò ben bene che semi di bonsai non ne esistono, esistono sul per piante che possono divenire del bonsai.

Sono abbastanza sconcertata dà quanto è avvenuto e ritengo doveroso dover intervenire.

Oddone: Un intervento del genere, che tira in ballo i giapponesi, va sicuramente discusso. E' chiaro che i giapponesi vedono il loro mercato un po' inquinato e compromesso dalla concorrenza dei paesi vicini ed è commercialmente legittimo che cerchino di difendere i loro interessi. Se veramente l'intervento dei giapponesi fosse molto corrette sarebbe il benvenuto, solo che si tratta di vedere come questa cosa si possa controllare.

Se si dovesse arrivare ad una certificazione fatta solo dai giapponesi è chiaro che sorgerebbero dei problemi per altri prodotti validi dl diversa provenienza. E' facile passare dalla autorità alla prepotenza.

Giorgi: Dobbiamo spazzar via tutte le piccole beghe e le rivendicazioni personali, per evitare che i piccoli interessi possano vanificare i nostri sforzi e non si arrivi mai a definire qualche cosa di veramente valido. Questa è l'occasione per stabilire se si desidera che le cose restino tali e quali oppure se decidere di cambiare: allora incominciano a lavorare tutti insieme, perché se vogliamo il bonsai bello questo è l'unico modo.

Oddone: Credo di poter affermare che questa sia la prima volte che alcune correnti si trovano insieme a discutere sul bonsai ed alcune notevoli convergenze sono già emerse nel corso della giornata di ieri. Ci sono ancora delle code di precedenti malintesi e screzi che si trascinano e che non giovano sicuramente a migliorare la situazione. Se consideriamo che eravamo tutti in buona fede l'ideale è metterci un sasso sopra e non parlarne più, anche perché questi rumori confondono solamente le idee.

E' chiaro che di fronte ad una opinione comune ed uniforme si potrà acquisire un “potere contrattuale”, come l'ha definito il signor Antonello, ben maggiore di quello attuale.

Sono argomenti difficili ed emotivamente importanti: le soluzioni però si troveranno se tutti effettivamente desideriamo che ciò possa avvenire e questa potrebbe essere la sede per manifestare tale volontà.

A questo punto è forse il caso di tirare un po' le somme di quello che è capitato e che potrà capitare in futuro.

Riteniamo di aver raggiunto un primo scopo che si eravamo prefissi con questi incontri, cioè di far riavvicinare persone diverse che si interessano di bonsai e che, per molteplici ragioni, avevano imboccato strade divergenti; ciò si è anche ottenuto grazie alla possibilità per ciascuno di esprimere pubblicamente le proprie opinioni, assumendosene la responsabilità di fronte a tutti e confrontandosi con gli altri, dal che non può che venirne un vantaggio per il bonsai.

Oggi io mi chiedo anche se non possa emergere, con il consiglio di tutti coloro che quest'anno, numerosi, hanno partecipato ad Arcobonsai, una indicazione su come dovrebbe essere un convegno per loro ideale.

In particolare si dovrebbe stabilire quali aspetti, sia di tipo culturale che pratico, siano da privilegiare ed a quale livello, alfine dl poter soddisfare il maggior numero di persone che, nei diversi campi, si interessano di bonsai.

In qualche caso inoltre, avendo legato al bonsai il concetto di arte, spesso ci si trova a voler competere con il vicino: polche ogni valutazione finora è opinabile e personale, ciò rende difficile il rapporto tra gli individui, ma si ripercuote anche a livello di club.

E' necessario in qualche modo superare queste difficoltà ponendo il bonsai al disopra della propria immagine. Se ci troviamo d'accordo sulla natura del bonsai le divergenze non avranno più ragion d'essere.

Vi chiedo perciò di accettare certe caratteristiche fondamentali come determinanti per definire un bonsai.

Penso che siano tre, e precisamente:

 

1.     deve innanzitutto essere riconoscibile ed accettabile come albero;

2.     deve essere realizzato con accuratezza;

3.     deve possedere un valore evocativo e suggestivo tale da trasmettere delle emozioni legate alla natura.

 

L'assemblea dei presenti, per alzata di mano, ritiene di accettare tutte e tre queste caratteristiche necessarie alla individuazione di un bonsai e pertanto il convegno si chiude con tale definizione, tra la soddisfazione generale quale raggiungimento di un primo obiettivo, da considerare quale punto fermo su cui basare ogni ulteriore approfondimento o precisazione.