Prof. Attilio Arrighetti

Sul nostro pianeta vegetano circa 10.000 specie legnose.

L'approssimazione dipende sia dalla assenza di una catalogazione univoca, sia dalle inevitabili incertezze dei botanici nel distinguere tra specie e sottospecie, e se accettare o non, tra le entità legnose alcuni generi e/o specie di suffrutici.

Le piante legnose, nelle loro molteplici espressioni genetiche, morfologiche e fisiologiche, si sono distribuite in tutti gli ambienti colonizzati dalla vegetazione: dalle foreste pluviali equatoriali, alla taiga subartica, dalle pinete litoranee, dalla macchia mediterranea, dalle formazioni perilimnee, circumlagunari a taxodium, a Mangrovie, a Ficus, alle foreste ipsofite dell'Imalaia a Cedrus deodara e a Pinus heldreichi, alle tundre periglaciali artico-alpine ad arbusti nani e contorti; non vi è ecosistema che non ne ospiti.

Solo gli ambienti “totalmente” acquatici non le conoscono: non esistono infatti specie legnose completamente sommerse o liberamente galleggianti.

Al grande numero di specie legnose “mondiali” cui si è fatto cenno, non corrisponde (nemmeno in rapporto, sia alla superficie che alle condizioni climatiche) un proporzionale numero di specie legnose nel continente europeo. Le vicende geologico-climatiche dell'ultimo periodo dell'Era Quaternaria, ne sono in parte responsabili, come lo dimostra la scomparsa di numerose specie già presenti in Europa nell'Era Terziaria.

Ad ogni avanzata del fronte glaciale da Nord verso Sud, durante le glaciazioni quaternarie, tutte le forme viventi defilavano nella stessa direzione: più rapidamente le forme animali, in modo ovviamente più lento quelle vegetali, che dovevano affidare solo alla rinnovazione le loro migrazioni verso Sud.

Ma, contemporaneamente alle espansioni glaciali da Nord a Sud, corrispondeva pure la discesa delle fronti glaciali dal rilievi montani.

Se si osserva una carta fisica dell'Europa si può rilevare come le principali catene orografiche siano disposte quasi generalmente lungo i paralleli (Pirenei, Alpi, Carpazi, Balcani, Caucaso).

Pertanto la fuga verso Sud delle forme viventi, davanti alla avanzata della calotta polare artica, si trovò sbarrata la strada dalla discesa, soprattutto verso Nord, dei ghiacciai montani.

Durante I'ultima glaciazione del Quaternario (quella Wurmiana), dell'Europa centro settentrionale non restano sgombri dai ghiacci che alcuni lembi dl territori di pianura, zone per altro ad estati brevissime, dell'Inghilterra, della Francia, della Germania, dell'Ungheria e della Romania.

Alle specie meno mirotermofite, che in qualche modo riuscirono a valicare i rilievi, e a quelle più termofite che già erano isediate a meridione delle catene alpine, l'ulteriore fuga verso Sud venne preclusa dal Mar Mediterraneo, pure orientato, a grandi linee, lungo i paralleli da Gibilterra al Mar Nero.

Per la loro formazione istologica a struttura secondaria, che richiede almeno due anni per costruire tessuti legnosi, e per il loro più lungo periodo reale di riproduzione (che richiede diversi anni per Il raggiungimento della sfera sessuale e da uno a tre anni per la maturazione dei frutti) le specie legnose furono decisamente penalizzate in questa “corsa per la sopravvivenza”.

Le considerazioni sopra esposte spiegano in parte l'attuale maggiore ricchezza di specie dell'America settentrionale, dove il sistema orografico, quasi tutto disposto come una lunga colonna vertebrale da Nord a Sud, ha permesso alle forme viventi di defilare anche a latitudini molto meridionali durante le acmi glaciali, e di risalire e riprendere spesso le posizioni originarie, nei periodi interglaciali e postglaciali.

Per restare solo agli esempi di specie aghifoglie (conifere) di areali temperati e temperati-freddi, in Europa contiamo 8 grandi specie (linneoni) del genere “Pinus”, contro almeno 26 dell'America settentrionale; per il genere “Abies” il rapporto è di 5 a 11; per il genere “Larix” 1 a 3; per il genere ‘Taxus” 1 a 4; per il genere “Picea” 1 a 9.

Mancano inoltre in Europa interi generi di conifere presenti Invece nel nord America, come Tsuga (5 specie), Pseudotsuga (2-4 specie), Sequoia (2 specie), Thuja (2 specie), Chamaecyparis (3 specie), Taxodium (3 specie) e Libocedrus (1 specie).

Un discorso analogo, ma con motivazioni più complesse, può essere fatto solo in parte per l'Asia centrale.

Quanto sopra induce a presumere che la sommatoria dei fattori climatici nella loro interagenza sia la principale responsabile delle grandi distribuzioni delle specie nei vari ecosistemi della nostra geografia e, per contro, che “l'assenza attuale” di una o più specie da un determinato ecosistema, non significa necessariamente che in quell'ambiente non esistano oggi le condizioni climatiche indispensabili alla loro vegetazione; come lo dimostra la diffusione ad opera dell'uomo di numerose specie “esotiche” già acclimatatesi da secoli (cipresso, platano, castagno) o più recentemente (robinia, ailanto, cedri, pseudotsuga, ecc.)

Abbiamo accennato al fatto che la particolare struttura istologica delle piante legnose ed il loro sviluppo fisiologico le hanno rese, per un certo verso, meno resistenti rispetto, ad esempio, a molte piante erbacee annuali di fronte ai grandi stress climatici di lunga durata. Ciò non deve però far credere che le piante legnose non possano resistere ad esempio a grandi sbalzi termici diurni o stagionali, oppure a grandi scostamenti nei valori della disponibilità idrica da una stagione all'altra: alcune conifere boreali sopportano minimi invernali di –60°. e massimi estivi (al sole) di +60°., mentre possono vegetare per alcuni periodi su suoli totalmente imbibiti di acqua, ma resistere anche su suoli estremamente inariditi, sviluppando “potere di ritenzione” idrica vicino alle 15 atmosfere e sottraendo al terreno fin quasi le ultime frazioni di umidità.

Va da sè che quelli sopra riportati sono “esempi-limite”; nella realtà, di fronte alle differenti condizioni climatiche e pedologiche, anche le piante legnose di sono specializzate nel senso letterale e tassonomico della parola; si distinguono, a tale effetto, specie termofite. mesofite. microtermofite. igrofite. xerofite etc.

Ma quale è in realtà la caratteristica principale che distingue le piante “legnose” da quelle non legnose o “erbacee”?

L'aggettivo stesso sembra spiegarlo in quanto tali piante sono capaci di organizzare il proprio phyton in una particolare struttura istologica costituita da elementi specificamente conduttori ed elementi di sostegno: la struttura legnosa. Tale organizzazione prende origine, come è noto, dal metabolismo delle cellule generate dal tessuto moltiplicativo o merismatico, detto cambio. Cellule nelle quali è stato codificato uno specifico “messaggio” che le porta a trasformare gli elementi a disposizione (carbonio, idrogeno, ossigeno In particolare) in due sostanze simili per composizione chimica di base (zuccheri) ma differentemente strutturate, nelle rispettive molecole, per legami e rapporti stereometrici: la cellulosa (presente per altro anche nei vegetali non legnosi) e la lignina che, insieme ma in proporzioni variabili, vanno a costituire la materia strutturale delle pareti delle cellule mature, sia conduttrici che di sostegno: cioè il tessuto legnoso, o xilema.

Se è chiara la distinzione anatomica e macromorfologica tra specie legnose e specie non legnose (ci riferiamo solo alle specie legnose delle Gimnosperme e a quelle delle dicotiledoni Angiosperme), non si può dire invece esistano, da un punto di vista anatomico e fisiologico, dei precisi caratteri che ci consentano di dare una chiara definizione degli elementi differenziali tra “alberi e arbusti”.

Correntemente e genericamente si Intende per “albero” una pianta legnosa che nelle parti epigee ha ben distinta la chioma dal fusto e questo è generalmente diritto, verticale, monocormico con uno sviluppo sensibile in altezza, mentre per “arbusto” (in termini botanici frutice dal latino frutex), si intende nella lingua corrente italiana (con una non diretta derivazione latina da “arbustus” - piantato ad alberi, o “arbustum” = vigna, o piuttosto da “arbuscula” = arboscello) una pianta legnosa ramificata fin dalla base, o comunque con breve sviluppo del fusto primario e con chioma molto ramificata, più o meno espansa e scopiforme e poco sviluppata In altezza.

Tali definizioni distintive sono tuttavia dl comodo, molto vaghe e convenzionali: in realtà esistono tra albero e arbusto tutti i termini di passaggio. Non solo, ma ciò che è forse importante rilevare in questa sede, è che anche in natura, cambiamenti di valori dei fattori ambientali inducono modificazioni morfologiche ad una determinata specie, tanto da portarla ad una forma arbustiva o addirittura ad un'altra entità genetica.

Non vi è dubbio ad esempio, che tra le diverse specie a due aghi dei genere “Pinus”, le divaricazioni del phylum genetico, tra il “Pinus sylvestris”, albero d'alto fusto (che può arrivare a 40 metri di altezza) ed i vari greges del “Pinus mugo Turra” o sottospecie o varietà (ssp. uncinata; ssp. pumillo; ssp. mughus ecc.) di altezza e portamento via via più arbustivo, sia stata causata da pregresse condizioni ambientali che avevano diversificato nel tempo I “panorami climatico-forestali”.

Lo stesso discorso può valere, tradotto nello spazio, per il “Pinus cembra” che nella ssp. typica vive oggi frazionato In Europa sulle Alpi e sui Balcani in foreste ipsofite con magnifici esemplari di alto fusto e che è strettamente imparentato con la varietà subartica della Siberia centro settentrionale, ma che con la sua forma nana (sottospecie pumila) vegeta all'estremo Nord Est dell'Asia.

Nel genere “Betula” si passa dalla B.verrucosa e B.pubescens, con individui alti fino a 25 m., alla entità igrofita a portamento cespuglioso come la “Betula humilis”, transalpina e della Russia europea e alla entità più microtermofita e decisamente arbustiva corna la “Betula nana” alta appena alcuni decimetri, di stazioni subartiche, presente pure in ristretti e polverizzati. areali nell'Europa continentale transalpina (una volta presente anche sul versante meridionale delle Alpi).

Più interessante osservare il pylum dei genere “Salix” che, con la specie S.Alba, S.Gracilis presenta alberi alti fin oltre i 20 m., vegetanti in zone di pianura e collinari su terreni fresco-umidi, ma che si esprime anche sulle nostre Alpi con le tipiche specie ipsofite-litofite, nanizzate come “Salix retusa” o Salice delle Alpi, “Salix reticulata” ed infine con “Salix herbacea”, considerato giustamente da Linneo come la “più piccola specie legnosa esistente al mondo”.

Queste specie dette anche “Salice dei ghiacciai” sono insediate a quote superiori ai 2.000 metri, fino ai 3.500, su rocce di differente natura litiologica (ad es. il Salix reticulata solo su rocce calcaree, il SaIix herbacea solo su rocce silicee) e utilizzano quantità di terreno veramente esigue (non più di quanto ne può stare “su un piatto”) e per questo aspetto potrebbero essere definiti “bonsai naturali”.

Inoltre, dati gli ecosistemi ai quali partecipano, sono costretti a svolgere tutte le loro funzioni vegetative e riproduttive (dalla emissione delle foglie, alla fioritura, alla maturazione del semi) in una breve, brevissima stagione estiva che, in taluni areali, non dura più di qualche decina di giorni.

Altro significativo esempio è quello dell'Erica arborea, specie termofita circummediterranea, che si spinge con alcune isole di insediamento e con forme decisamente arbustive fino alla base delle Prealpi. Essa è più diffusa e con portamento più eretto nella “macchia mediterranea” e si esprime in vere forme arboree, alte fino a 15 metri, nelle Canarie, ma tende a riprendere forme arbustive scalando in Africa i 3.000 e 4.000 metri sul Kilimangiaro e sul Ruvenzori. Vorrei ancora soffermarmi a far notare come la nanizzazione di molte specie artico-alpine sia in parte legata alla più forte e prolungata azione dei raggi U.V., mentre, per le sole specie orofite, vi gioca forse anche la minore disponibilità di C02 (Anidride Carbonica) alle alte quote.

Alla modificazione del portamento e alla riduzione della statura corrisponde generalmente la riduzione delle superfici verdi fotosintetizzanti, quindi accorciamento a volte notevole degli aghi delle conifere, riduzione delle dimensioni del lembo fogliare nelle latifoglie (ad es. la superficie media di una foglia di Betula pubescens, B.humilis, B.nana, stanno fra loro come circa 6:2:1). Anche il legno degli arbusti o delle forme arbustive tende, a parità di altre condizioni, a divenire più duro e compatto per il rallentamento degli incrementi annuali.

I relativi sistemi radicali vanno adeguandosi, per la medesima specie, alle differenti condizioni di suolo e di clima del suolo, che l'albero o l'arbusto trovano in differenti ambienti: adeguamento peraltro che spesso denota una insospettabile rilevante plasticità, che permette alle radici di adattarsi a substrati apparentemente inospitali.

A volte, come nei caso di un albero di alto fusto che pur vegetando in una stazione climaticamente congeniale alla specie si sia però insediato, per cause accidentali o fortuite, su un substrato localmente “ingrato” (che costringa perciò il sistema radicale a forme e sviluppi anormali), è proprio questa modificazione del sistema radicale che induce degli squilibri vegetativi e quindi alterazioni nella morfologia dell'albero, con sviluppo di forme ridotte e contratte.

Non è del tutto raro osservare In rigogliose foreste dl abete rosso, qualche individuo che fin dallo stadio di semenzale si sia insediato con le radici in ristrette fessure rocciose, oppure qualche altro individuo che sia invece nato su una areola di terreno torboso da sfagni; in un caso come nell'altro si inducono fenomeni di squilibrio al bilancio idrico, anche se di segno apparentemente contrario. In questo caso si parla di forme “da fame”: gli alberi tendono ad accorciare ed appressare gli aghi, a ridurre la lunghezza degli internodi ed il proprio accrescimento diametrico.

Si può concludere presumendo che ovviamente alcune forme delle specie sopracitate possano prestarsi per divenire “bonsai cittadini”, infatti le loro dimensioni ridotte, il loro portamento contratto, la relativa maggiore durezza del loro legno ed il lento accrescimento, possono farle prendere in considerazione.

Oggi, tra l'altro, la moda della seconda casa in montagna, ove con l'aumentare del tempo libero si allungano i periodi di permanenza, può far nascere un certo Interesse per la conoscenza della fisiologia delle specie legnose.

Peraltro va detto che l'intendimento di queste considerazioni era solo quello di rilevare come al mutare dei rapporti di interagenza dei fattori ambientali essenziali per la vegetazione e non vicariabili (come luce, temperatura, acqua, anidride carbonica e, in misura minore, substrato) la vegetazione legnosa reagisca, anche nell'ambito della stessa specie, con particolari adattamenti morfologici e, nell'arco di tempi lunghi, anche con modificazioni genetiche, fino alla differenziazione della specie.

E' sulla base di queste conoscenze che l'uomo può a volte imitare i complessi giochi di causa ed effetto della natura.