Carlo Oddone

Sostanzialmente, quando si prende una pianta e si intende farla vivere a lungo in un contenitore bonsai occorre provvedere a che la struttura del suo apparato radicale si modifichi, poiché mentre un albero in piena terra ha le radici libere di diffondersi ovunque e quindi può scegliere dove dirigerle grazie ai suoi tropismi o la sua reattività, nel caso del bonsai, per la limita­zione imposta dalle pareti del contenitore, ciò non può accadere.

In natura inoltre tutto il sistema di radici di un soggetto raggiunge anno dopo anno una lunghezza enorme: le parti che invecchiano si trasformano in semplici condutture, mentre solo quelle ancora giovani, cioè quelle fibrose, capillari sono in grado di assorbire. Con la coltivazione bonsai una massa radicale così ingombrante non è neanche pensabile proprio per le ridotte dimensioni del vaso: bisogna quindi procurare che il piccolo albero abbia la parte di radici tubo il più possibile ridotta, ed invece una grande abbondanza di radici fibrose. Cosa che si ottiene con una adeguata potatura dell'apparato radicale sia al momento del primo trapianto che ad ogni rinvaso.

Parlando di radici, è inevitabile considerare quanto sia importante la natura e la struttura del terreno usato nel vaso bonsai. A questo proposito è necessario dire che un albero in natura può esser cresciuto in un certo tipo di terreno, ma non necessariamente vive bene come bonsai in un substrato avente uguali caratteristiche, in quanto le sue radici, che in questo caso sono prevalentemente giovani, vivono in modo intenso e bruciano molto ossigeno: ne hanno perciò un fabbisogno molto più elevato che gli alberi spontanei.

Raccogliendo un albero cresciuto piccolo in un certo ambiente, si potrebbe presumere che le sue ridotte dimensioni siano dovute alla natura del terreno, ed allora per tenerlo nel modo migliore si prende lo stesso terreno e lo si trasferisce nel vaso bonsai.

Molte volte ciò è sbagliato perché anche se è quello il terreno che noi abbiamo trovato vicino alla sua base, proprio a causa delle pessime qualità dell'ambiente l'albero potrebbe aver spinto le radici a cercarsi le condizioni per sopravvivere magari lontano dal punto in cui esso è nato, In altri casi succede che nel vaso bonsai tale terriccio si riveli troppo compatto per consentire alle radici di vivere bene. Per le ragioni appena esposte sappia­mo infatti che il bonsai esige un substrato poroso, quindi ben permeabile anche all'aria, affinché il suo apparato assorbente possa vivere e funzionare bene in vaso.

La porosità, cioè la natura fisica del terreno, ci porta a considerare in grandi linee le caratteristiche che devono avere i componenti fondamentali generalmente usati per preparare il terriccio bonsai, ossia:

- la sabbia

- l'argilla

- il materiale organico (generalmente torba o humus o composta)

Cominciando dalla sabbia, è bene che sia grossolana e tagliente, per cui in genere invece di utilizzare sabbia di fiume conviene scegliere quella di frantoio, quindi irregolare e spigoluta. Questa caratteristica della sabbia costringe le radici a suddividersi finemente, e nello stesso tempo a causa di questi spigoli tiene i granelli discosti tra di loro, contribuendo a rendere il terriccio più permeabile all'aria. La sabbia però ha, dal punto di vista chimico, scarse attitudini a conservare minerali e quindi una pianta che cresce in pura sabbia vive alla giornata, nei senso che l'acqua viene trattenuta per capillarità, quindi relativamente poca percentualmente ri­spetto al peso e al volume della sabbia stessa, e questa piccola quantità viene assorbita rapidamente dalle radici. Sono necessarie perciò frequenti innaffiature: il vaso bonsai in un terriccio prevalentemente sabbioso ha una breve autonomia idrica.

La torba invece è un materiale che si carica enormemente di umidità, per poi cederla molto a lungo. L'aspetto negativo della torba è che, se trascurando di bagnarla arriva ad asciugare oltre un certo limite, è poi difficilissimo reinzupparla, perché addirittura diventa idrorepellente ed allora molto lentamente recupera la sua attitudine ad assorbire l'acqua. Conviene precisare che il tipo migliore di torba è quello granuloso, quindi generalmente la torba bionda, che ha anche tra l'altro un potenziale dl acidità tale che permette di usarla per manipolare e gestire poi l'equilibrio acido basico del terreno;

Naturalmente la torba, per questo contributo o conservare l'umidità, aumenta l'autonomia del vaso bonsai ed aiuto quindi a risolvere uno dei nostri grossi problemi: non possiamo certo essere sempre Il a bagnare.

Abbiamo visto che la torba agisce come tampone acido basico e può essere usata a questo scopo, può però trattenere i sali minerali solo passivamente, in quanto sciolti nell'acqua di cui si Impregna.

L'argilla per la sua natura colloidale ha Invece la capacità di adsorbire, cioè di trattenere, aderenti alle sue microscopiche particelle, delle sostanze minerali sotto forma ionica, che è poi la solo In cui possono essere assorbite dalle radici. L'argilla, come è il costituente principale di ogni tipo di terra, ha perciò ovviamente una importanza fondamentale in un substrato per bonsai.

E' facile notare che quando piove l'argilla di certi terreni diventa viscida come sapone, quindi vuoi dire che è formata da particelle talmente piccole che con l'acqua tendono a fare una sospensione impalpabile: talmente piccole che chiuderebbero tutti gli interstizi che noi invece ci preoccupia­mo di creare nei vaso bonsai, usando per il substrato dei granuli piuttosto grossolani: ciò impedirebbe infatti la necessaria ventilazione, In tali terreni la vegetazione spontanea è generalmente molto scarsa oppure è di un tipo dotato di un apparato radicale estremamente superficiale.

Esistono invece altre qualità di argilla particolarmente adatte al nostro scopo e sono quelle che si presentano con una struttura granulosa, perché hanno una precisa architettura dovuta alla presenza di sali di calcio e di ferro, nella quale le micelle colloidali restano catturate; e la prova evidente è che una volta bagnata invece di trasformarsi in poltiglia questa argilla si comporta come fosse una segatura di terra. lo la chiamo così perché generalmente si tratta dl grumetti delle dimensioni di uno - tre millimetri che tendono a conservare la loro consistenza. Proprio questa, generalmente rossa o gialla, è l'argilla ideale.

Un'unica cautela: dopo le gelate invernali l'argilla in superficie assume spesso questo aspetto, ma non realmente la voluta consistenza. Una prova empirica è ancora la più sicura: prendendone un pizzico tra le dita ed inzuppandola d'acqua, se si strofinano i polpastrelli ci si accorgerà subito se conserva o no la sua granulosità.

Il ferretto è un tipo di terreno che può essere utilizzato, separando la parte polverulenta e quella oltre 14-5 mm. I giapponesi hanno un'argilla speciale, raccolta profonda sotto le risaie e trattata in modo particolare, che ci vendono confezionata per vari tipi dl piante coltivate a bonsai.

A questo punto abbiamo definito quelli che potrebbero essere I tre possibili componenti. Mescolandoli in uguale volume si ottiene un terriccio valido per la maggior parte delle piante; se serve un substrato più acido, dovrà essere corretto ad esempio aumentando lo percentuale della torba. Se il bonsai è ormai in vegetazione e non si può manipolare la sua zolla, può essere molto vantaggioso utilizzare della polvere di gesso, facile da reperire: con le innaffiature da questo gesso si forma dello zolfo nascente, che si diluisce nell'acqua, penetra nel terreno e tende ad acidificarla. Un paio di cucchiaiate di gesso stemperato sul terriccio, poi mescolate un po' allo stato superficiale, bastano per rendere acido un vaso dl circa 16 cm. di diametro. Alle volte già solo questa correzione permette dl vedere una pianta trasformarsi, nel senso che il precedente disordine del pH, può far manifestare delle carenze relative, cioè impedisce alle radici di assorbire certe sostanze, ad esempio il ferro o il magnesio.

Al di sopra del pH ideale (che è attorno al 6-6,5), ad esempio, il ferro pur essendo presente nel substrato, si trova chimicamente legato a certe sostanze che non lo cedono alle radici e quindi la pianta ne soffre una carenza paradossale, perché il ferro c'è ma semplicemente non può venire utilizzato.

Lo sblocco di questa situazione avviene in genere abbassando appunto il pH verso l'acidità: automaticamente il ferro ritorna disponibile e le radici lo possono assorbire.

L'importanza di questi correttivi è quindi piuttosto elevata; tra l'altro nelle zone in cui l'acqua è poverissima di sali o al contrario contiene troppo calcare succede che si ha nel terriccio la diluizione o l'accumulo di alcune sostanze, e ciò può lentamente modificarne anche il pH. Ce ne accorgiamo perché lo sviluppo dei bonsai risulta alterato: o per Il colore del fogliame o per il modificarsi del ritmo di accrescimento.

Nonostante tutte queste considerazioni non bisogna credere che esistano ricette magiche senza le quali non si possa preparare un buon terriccio bonsai: con buonsenso, qualche conoscenza delle esigenze vegetali e delle caratteristiche dei materiali si realizzano ottimi risultato. Ecco qualche nozione pratica.

Partiamo dall'uso della sabbia: escludendo solo quella di mare, è bene che sia grossolana e tagliente. Potendo sceglierla, quella ideale è il granito degradato. Vi sono delle zone In cui si trovano certi massi di granito che hanno subito un particolare processo di macerazione e si sono praticamente polverizzati. Questo tipo di sabbia è ottima, sia perché a causa della struttura cristallina del granito risulta formata praticamente di cubetti taglienti, sia perché questo tipo di roccia contiene una notevole quantità di minerali e di microelementi e quindi è efficace anche come nutrimento.

La torba deve essere bionda. Quella tedesca o danese, che è probabilmente più vecchia della torba che arriva dalla Russia, si presenta grumosa, non filamentosa, e quindi assicura meglio la permeabilità all'aria. Le fibre lunghe sono anche piuttosto ingombranti durante il rinvaso.

L'argilla sia o gialla o rossa, comunque a grumi, e che tenda a restare tale a lungo.

Mescolare poi il tutto in parti uguali in volume. Per sentire se li terriccio ha buone caratteristiche fisiche se ne prende una manciata dl asciutto, (naturalmente tutti i componenti devono essere mescolati asciutti), si stringe e si lascia andare. Già nello stringere il pugno un buon terriccio rivela una certa elasticità: non è una cosa assolutamente inerte, è come se avesse quasi una sua vita; lo si avverte morbido e soffice. Poi, aprendo la mano, il grosso grumo resta tale per un momento, però al più piccolo movimento si disfa tutto. Questo test molto semplice assicura se la buona qualità fisica del terriccio avrà anche una lunga durata, perché uno degli inconvenienti che si possono manifestare nel vaso bonsai è che col tempo il substrato si compatti esageratamente: alcune parti, tolta la sabbia, inizialmente grossolane si possono disgregare e finire coll'otturare i micropori in cui circolano acqua ed aria, ricreando una situazione difficile per la pianta. Quanto più è elastico e soffice in partenza tanto meglio si comporterà il terriccio per un lungo tempo, conservando la notevole porosità necessaria a quella che io vedo come una specie di respirazione del terreno.

Quando il terriccio è preparato bene non ci sono rischi che l'acqua vi ristagni, perché essa sgronda facilmente e l'eccesso se ne và: però ne deve essere trattenuta in quantità tale da fornire al bonsai, possibilmente per almeno 24 ore, l'umidità che gli serve, anche se d'estate ed esposto al sole. Il ritmo giusto quindi è di inzuppare il terriccio in tutte le sue particelle: i micropori vengono temporaneamente invasi dall'acqua per capillarità e l'aria ne viene praticamente cacciata via. Però poi l'albero comincia ad assorbire: per la normale traspirazione ed evaporazione della pianta, oltre che del terreno stesso, l'acqua se ne va (restituendo gli spazi all'aria) e dopo un certo tempo è teoricamente asciutta.

Asciutta si fa per dire, perché deve ancora conservare almeno un quindici per cento di umidità. Al di sotto di questo limite infatti la pianta sarebbe finita: in una tale situazione infatti l'acqua è trattenuta fortemente dalle particelle del terreno. Non sono più possibili fenomeni di osmosi, l'acqua non riesce ad essere ceduta dal terreno e entrare nelle radici (addirittura esse stesse vengono disidratate) per cui la pianta morirebbe o ne soffrirebbe gravemente. Questa evenienza drammatica si ha quando il terriccio diventa completamente secco; ma in pratica, tolta una estrema trascuratezza, ci si accorge molto tempo prima che si verifichi, attraverso l'afflosciarsi delle foglie e si può correre ai ripari con una buona innaffiata.

Ogni volta comunque che l'acqua se ne va, se è poroso il terreno, gli spazi vengono gradatamente ricuperati da un certo volume d'aria, che entrerà di sopra o dai fori di drenaggio (una delle buone ragioni per mettere i piedini ai vasi bonsai). Quest'aria purifica Il terriccio dall'eccesso di anidride car­bonica e di gas tossici eventualmente formatisi, ma soprattutto porta ossigeno a quelle radichette che sappiamo vivere molto intensamente.

Naturalmente a questo punto la terra è relativamente asciutta, quindi deve nuovamente essere reinzuppata, in modo da ricominciare il ciclo e recuperare altre 24 ore di autonomia. Questo regolare andirivieni di acqua ed aria direi che è la cosa più auspicabile per far vivere bene un bonsai.

C'è anche la tendenza a preparare dei tipi di terricci dalle caratteristiche standardizzate, utilizzando del materiale più facile da reperire anche per chi vive in città o non ha opportunità di andare a cercare in natura quelli necessari. In realtà hanno cominciato credo i vivaisti pistoiesi a scoprire che come substrato andava benissimo un miscuglio di torba e di pomice. La pomice è una sostanza di origine vulcanica: molto antica, ha un compor­tamento leggermente calcareo dal punto di vista del pH. Mescolando quindi torba e pomice granulare si ottiene un substrato estremamente poroso: trovando le giuste proporzioni si ottiene anche un buon equilibrio acido-basico. Il vantaggio di questo tipo di substrato nei vivai, poiché lo scopo consueto di un vivaista è quello di farle crescere le piante, è di essere facile da preparare, praticamente sterile e di garantire una buona e co­stante cessione di umidità.

Nel caso del bonsai però sappiamo bene che un eccesso di acqua dispo­nibile impedirebbe di controllare le dimensioni delle foglie e degli internodi. Quindi usare semplicemente un miscuglio di torba e di pomice non è la cosa più consigliabile per noi, salvo che si tratti di piante estremamente giovani o che comunque siano in fase di formazione ed hanno quindi solo da crescere.

Quindi io consiglio: per praticità usiamo pure torba e pomice, però gli mescoliamo della sabbia per ridurre questa grande capacità della torba di trattenere l'acqua e gli aggiungiamo pure un poco di argilla per migliorare l'effetto tampone dal punto di vista chimico. Una argilla favolosa a questo scopo è la bentonite. L'inconveniente è che generalmente si trova in polvere molto fine: mettendone però In un terriccio una percentuale relati­vamente bassa (diciamo tra il 5 e l'8%) dovremmo avere garantito l'effetto tampone e nello stesso tempo è così poca che non corriamo il rischio di chiudere tutti i pori. Così con un po' di sabbia, torba, pomice e un poco di bentonite potremmo arrivare a fare un terriccio artificiale come si deve. Se ci sembra troppo pesante, potrà essere alleggerito con minerali espansi, tipo Agrilit o Vermiculite.

La lava macinata è un altro materiale meraviglioso: quella scura o nerastra è perlopiù alcalina, mentre la rossa è invece generalmente acida perché contiene dei sali di zolfo, quindi diciamo che il suo uso è indicato quando si prepara del terriccio che a causa dei suoi componenti rischia di essere tendenzialmente calcareo o comunque alcalino. La lava macinata inoltre ha le caratteristiche ideali per far crescere molto fitte le radici data le scabrosità dei suoi frammenti irregolari. Sotto questo aspetto è ancor meglio che la pomice, la quale è così soffice che manipolandola le sue particelle si smussano, e si arrotondano.

Se usiamo la lava acida macinata dovremmo usare meno torba, perché altrimenti andiamo verso un pH troppo basso, oppure aggiungere delle sostanze correttive (calce spenta, cenere ecc.) in modo da compensare l'eccesso di acidità. La lava ha il notevole vantaggio di contenere una quantità elevata di microelementi e quindi garantisce la presenza di queste sostanze molto a lungo, e di conseguenza anche il benessere della pianta in vaso.

Ancora una cosa da ricordare: col passare del tempo se non esiste sufficiente calcare nell'acqua, il terreno tende a diventare acido spontaneamente, proprio per l'accumulo di sostanze formatesi nel processi biologici naturali, e quindi una pianta quando vive molto a lungo nello stesso contenitore può anche correre il rischio di subire del danni per questo fatto. Presumo che ricorrendo a qualche sofisticato aggeggio elettronico, o a qualcosa di più semplice (cartina al tornasole), valga la pena di saggiare ogni tanto il pH del terriccio nel vaso ed eventualmente poi correggerlo.

Prima ho detto come aggiungendo dei sali di zolfo si può acidificare il terriccio nel vaso (o della torba, se è possibile mescolarvelo); al contrario, se vi si aggiunge della cenere di legna, oppure ovviamente della calce spenta, si riesce a modificare invece in senso alcalino il pH del substrato. Con la cenere si apportano nel terriccio tutte le componenti minerali del legno, che risultano così disponibili al bonsai. L'effetto della calce spenta è sotto questo riguardo meno completo, però dal punto di vista chimico funziona.

Pensando a quante malattie sono in agguato per aggredire i nostri bonsai può essere un argomento Interessante valutare se sia conveniente o meno la sterilizzazione del terriccio.

Da un lato bisogna dire che un substrato preparato con materiali artificiali è generalmente sterile: cioè non ospita colonie batteriche perché non offre loro alcun nutrimento (costituito da materiale organico a vari stadi di decomposizione); d'altra parte l'eventuale folla dei microrganismi che popolano un terriccio vivo, nella competizione per sopravvivere finisce col manifestare una azione antibiotica. Alcuni batteri o funghi producono infatti nell'ambiente in cui vivono delle sostanze che Impediscono ad altri che giungano successivamente di moltiplicarsi a loro volta. In un terreno sufficientemente aerato di solito prevalgono i batteri buoni, i quali, nel loro moltiplicarsi, oltre ad avere un comportamento utile poiché rendono disponibili alle radici molte delle sostanze presenti, inibiscono lo sviluppo di altri microrganismi che potrebbero essere pericolosi per la salute del bonsai.

Un terreno inquinato è un terreno terribile, perché qualsiasi pianta quasi sicuramente vi muore. Però se un terreno è verosimilmente sano, nel senso che è stato preso dove c'è una vegetazione abbastanza ricca e varia soprattutto per quanto riguarda le erbe (questa presenza garantisce che ci stanno bene un po' tutte le piante), lì c'è di sicuro una flora batterica buona. Eliminandola, in conseguenza della sterilizzazione, o chimica o con il calore, in fondo si rinuncerebbe anche alla sua protettrice azione antibiotica: è dimostrato che certe volte un terriccio dopo la sterilizzazione, che teoricamente dovrebbe offrire il massimo della sicurezza, si rivela più pericoloso se contiene materiale organico, perché lo possono occupare per primi dei batteri patogeni più facilmente che uno non sterilizzato.

Se si prepara il miscuglio con materiali sani, non ci sono problemi.

Determinante comunque per la salute del terriccio è la presenza di aria: evitare perciò di tenerlo costantemente inzuppato lasciandovi ristagnare un eccesso d'acqua.

Qualora ai rinvasi si voglia recuperare il terriccio dalle vecchie zolle del bonsai, bisogna farne un mucchio, rigenerarlo aggiungendo humus di lombrico o buona composta di foglie e lasciarlo lì, appena umido, almeno un anno. Rigirandolo di tanto in tanto perché prenda sole e aria si creano le migliori condizioni perché la flora buona riprenda un buon sviluppo e poi si può usare tranquillamente.

Va da sé invece, che se una pianta è morta per una infezione alle radici o per una malattia generalizzata, la sua terra sicuramente deve essere buttata.

Con il tempo il terriccio dentro al vaso tende ad esaurirsi, nel senso che la graduale scomparsa delle sostanze organiche degradate, la sottrazione dei minerali assorbiti o dilavati dalle innaffiature lo rendono sempre più compatto e povero. Mentre dal punto di vista chimico potrebbe essere ricuperato con una buona fertilizzazione, diventa impossibile restituirgli elasticità e porosità senza smantellare la zolla: tale situazione impone il rinvaso del bonsai.

A questo riguardo non deve essere vista solo come una invasione la com­parsa di erbe nel contenitore: in realtà la loro presenza contribuisce anche a migliorare lo stato fisico del terriccio, poiché lo loro radici, una volta eliminata la parte aerea, sono sostanzialmente del materiale organico introdotto nel substrato, e rispetto alla piccole quantità di minerali che sottraggono (peraltro facili da restituire) il risultato è vantaggioso per il bonsai.

Un'ultima cosa, che si allaccia a quanto detto testé dal prof. Marchesini sull'azione tampone e di cattura del fosforo da parte dei microrganismi della micorriza. Questo processo ci spiega come fa una pianta libera in natura a scegliersi più fosforo o più azoto, dal momento che queste sostanze si trovano disciolte ed ugualmente disponibili nel terreno lungo tutta la stagione vegetativa. Si sa che serve più azoto nelle fasi di intenso sviluppo, più fosforo durante la differenziazione delle gemme o quando matura il legno, Ora sappiamo che grazie alle micorrizie il fosforo è trattenuto presso le radici, e la pianta se lo trova a disposizione per usarlo quando ne ha bisogno.

Nel caso del bonsai, coltivato in vaso, che dipende dal nostro intervento per sopravvivere, ovviamente abbiamo una responsabilità: nel momento in cui fertilizziamo, dovremmo farlo nel modo migliore. Non solo consono alla vita della pianta, ma anche più opportuno per gestirla efficacemente come bonsai: poterle cioè proporre di fare una cosa piuttosto che un'altra (es. produrre radici invece di rami; fiori invece che foglie). Ecco perché è importante che vivano nel terriccio anche questi funghi utili, introdotti al momento del rinvaso, o prendendone il micelio biancastro dalla vecchia zolla o mescolando a quello preparato un poco del terreno trovato in natura scavando vicino alle radici.

Per riassumere, il concetto genericamente da rispettare è che le radici trovino nel terriccio, a seconda delle loro esigenze, le condizioni adatte: un certo peso affinché possano reggere la pianta; la porosità perché possano respirare; un'umidità misurata e ragionevolmente costante, ma senza ristagno; il corretto grado di acidità insieme ad una sana flora batterica, ed infine un buon contenuto di sali minerali.

Le piante giovani vogliono un terriccio più ricco e regolarmente umido di quelle vecchie; così le latifoglie rispetto alle conifere.