CARLO ODDONE

Eccomi qui per parlarvi di valutazione e di giudizio, e di come si accordi l'applicazione di uno standard all'originalità del bonsai.

L'idea di giudicare, di valutare queste piante ricorrendo a dei numeri e di creare praticamente per la qualità della loro esecuzione una scala di valori è una cosa che ha sempre disturbato molte persone, per ragioni diverse. Credo che essenzialmente i commercianti, da una parte, fossero i primi ed i più grossi ostacoli all'introduzione di ùno standard di accuratezza: non erano d'accordo perché qualora la gente avesse avuto il modo per identificare le caratteristiche di un bonsai e distinguerlo perciò tra le piante in commercio, essi forse avrebbero avuto qualche difficoltà a vendere certe cose.

L'altro gruppo di dissidenti era costituito dai neofiti direi, dai principianti: cioè da coloro che volevano avere molta soddisfazione pur essendo all'inizio della loro esperienza nella coltivazione di alberi in miniatura, forse un poco, non dico istigati, ma sollecitati dal fatto che il bonsai venga celebrato come un'arte e che quindi l'albero sia paragonato ad un'espressione artistica. Le contestazioni quindi erano due. Una: “Come si fa a giudicare una pianta? Come si fa a dire che questa è più bella di quella?”. L'altra: “Chi avrebbe avuto il diritto di giudicare se la pianta di un altro era bella o brutta”.

Forse c'era qualche equivoco e probabilmente anche un poco di malizia, nel senso che, per quel che mi concerneva (e comunque l'idea di valutare le piante non l'avevo inventata io, nonostante qui ne fossi uno dei pochi paladini), il criterio non era quello di stabilire che un soggetto era in senso assoluto più bello di un'altro, ma sostanzialmente di chiarire se in primo luogo esso poteva essere considerato un bonsai, cioè soddisfaceva ad un certo numero di quelle caratteristiche che sono tipiche della miniatura di un albero per meritarsi quel nome, ed inoltre avere il mezzo per vedere che alcune, messe vicine, avevano relativamente più armonia, più equilibrio, più naturalezza, insomma migliori qualità bonsai rispetto alle altre.

Si è discusso a lungo, anche qui ad Arco qualche anno fa, e si è stabilito che per definire il bonsai bisognava potergli attribuire tre qualità fondamentali, che sono:

- la miniatura, cioè una piccola dimensione

- la verosimiglianza: il bonsai è un albero e deve vedersi che lo è.

- la carica di suggestione, che ne costituisce poi l'aspetto artistico.

Se per arte si intende la capacità di comunicare attraverso le emozioni, quando uno realizza un bonsai, ispirandosi ad un albero circondato da una intensa atmosfera di pace, diciamo che raggiunge lo scopo se tutti quelli che lo guardano percepiscono una analoga sensazione di quiete. Così se si vuoi sollecitare l'emozione della violenza, della desolazione di uno scorcio di natura strapazzata dagli elementi in alta montagna, questa situazione deve essere chiaramente rappresentata e riconoscibile nell'immagine del piccolo albero, oltre che dal contesto ambiente/vaso in cui viene collocato.

Una delle osservazione era: “Se ci sono delle regole, e vengono rispettate strettamente, finisce che tutti i bonsai si assomigliano”

Ora qui forse sta il peggiore malinteso. Le regole dello standard servono per giudicare, non per imporre uniformità all'aspetto delle piante, con il rischio veramente di renderle una simile all'altra. Lo standard dopo tutto si riferisce all'accuratezza, valuta cioè se la qualità cc cui il bonsai è realizzato sia tale da soddisfare alle tre qualità che abbiamo detto più sopra.

Simuliamo un giudizio. Sull'evidenza delle dimensioni, se è grande o piccolo, ci si mette d'accordo subito. Sul piano della verosimiglianza, incominciano le possibili contestazioni, in quanto uno dice: “Io sono un artista, l'albero lo vedo cosi e quindi mi va bene così”.

Quando l'immagine dell'albero è evidente va bene, ma siccome il più delle volte il fatto di dire “io lo vedo così” è un po' una scusa per averlo realizzato, o molto semplice, o senza ramificazione secondaria, o con una mancanza di proporzioni talmente vistosa da fame oggetto di un'arte troppo spontanea, libera, o così personale che sostanzialmente non riflette le caratteristiche di un albero. Ecco allora che l'avere un insieme di condizioni da rispettare, che sono tipiche dell'andamento di un albero, e soprattutto di un albero vecchio (che è in fondo quello che tutti ambiscono a riprodurre in un bonsai), e il doverle ritrovare in quel soggetto, gli danno il crisma della credibilità.

Quando io dico che i rami escono all'esterno delle curve, non dico che la curva debba essere sempre a 12, 5 centimetri: il criterio però è che nell'albero vecchio gli unici rami che hanno potuto crescere e sopravvivere sono quelli bene esposti, normalmente; per questo quindi ci si aspetta che i rami siano messi all'esterno delle curve. Se un ramo è vistosamente all'interno, in una situazione in cui, a causa della chioma sovrastante, in natura non può essere cresciuto perché in quelle condizioni non ha luce a sufficienza, io non posso accettano come un aspetto dl verosimiglianza e perciò quell'albero è poco credibile. Se fra due alberi, almeno sul piano della verosimiglianza, uno ha delle buone caratteristiche e l'altro non le ha, va da se che quest'ultimo può essere migliorato. D'altra parte, proprio per accettare eventuali “anomalie”, lo schema di valutazione contempla anche “l'impressione artistica”, cioè quella che il più delle volte, quasi a colpo d'occhio, provoca le emozioni, ed ha una rilevante consistenza nel giudizio: praticamente 20 punti su 100. 20 punti, che io considero una grossa percentuale rispetto a quelli dedicati all'esame di tutti i particolari che dovrebbero essere realizzati in un bonsai e che ne determinano la qualità.

Il mio scopo però non è di elencare qui tutte le contestazioni, anche se tra queste è stato asserito che in Giappone non si dà un voto ai bonsai. In realtà i Giapponesi valutano i bonsai eccome! Solo che hanno un criterio diverso. E' chiaro che per loro il giudizio su di un albero in miniatura viene reso più facile dalla familiarità che ne hanno per tradizione, e certo da un pezzo hanno superato il modo un po' scolastico di scendere nei particolari come siamo costretti a fare noi. Essi non devono difendersi dalle imitazioni. Certo ci saranno bonsai brutti anche in Giappone, però sono i bonsai di famiglia, oppure forse quelli da vendere agli occidentali...; tra intenditori, quando si parla di bonsai ad un certo livello, non ci sono grossi problemi. Per quel che riguarda le mostre, ad esempio, loro applicano un giudizio per accettare oppure no le piante, e per decidere come disporle. Nel loro criterio esiste l'idea che una emozione è legata ad un tot di impulsi. Una bella pianta ha diritto di essere considerata un esemplare se è capace di dare un certo impatto emotivo. Una pianta ricca di qualità e di significato viene messa da sola. Delle piante meno belle, non così comunicative, per poter dare comunque quel tot di piacevolezza, vengono messe a due, a tre; in linea di massima è importante che chi guarda venga gratificato a sufficienza. Per il resto, come si spiegherebbe che ci sono delle piante che vincono il primo premio? Ci sarà pure una ragione e ovviamente queste piante vengono valutate.

L'altro aspetto è: l'importante significato di un giudizio. Specialmente in un paese come il nostro, dove il gusto per il bonsai si sta diffondendo; però mancano spesso le occasioni di vedere delle piante molto belle da prendere come punto di riferimento. C'è della gente che sull'onda della moda incomincia a fare bonsai ma non vede che soggetti di qualità commerciale, quindi generalmente scadenti. Ad esempio, al centro ed al sud d'Italia il bonsai ha un successo esplosivo, però molto spesso presso i fioristi non c'è la possibilità di vedere le belle piante che veramente sono la tradizione del bonsai: perché sono costosissime; perché è rischioso tenerle; perché vorrebbe dire investire una quantità di quattrini, e soprattutto sono relativamente poco commerciabili.

Capita quindi che la gente finisce col farsi un'idea del bonsai solo attraverso le cose che vengono importate attualmente. Queste piante sono la risposta commerciale alla domanda di un pubblico ancora impreparato, stanno entro una certa fascia di prezzi e sono di una qualità corrispondente, quindi un po' scadente. In questa ottica è accettabile perciò che i commercianti abbiano queste piante, che chi le compera il più delle volte non sappia come tenerle, le usi come regalo (compera la pianta, spende una certa cifra, ”fa bella figura”: se quello che la riceve non sa tenerla e la lascia morire pazienza, il bel gesto è stato fatto), d'altra parte sprecare una pianta importante sarebbe peggio ancora. Però, quello che vorrebbe farselo il bonsai, a cosa si ispira? Ecco perché nasce la necessità di esposizioni di bonsai fatte bene, e si capisce l'importanza di un giudizio, dell'abituarsi a giudicare, guardando le piante in modo critico, per imparare come sono fatte. E' evidente che chi non ha molti contatti parte con l'idea di fare un bonsai; sa che è piccolo, allora prende una pianta e la taglia. Ora è piccola, però ci sono dei rami, e si deve sapere dove lasciarli o farli venire.. .Questo non è che l'inizio.

Ancora peggio, qualche volta si va in natura a raccogliere e si ha l'impressione di aver raccolto un alberetto già fatto. In realtà non è che un cespuglio; gli alberi sono fatti in maniera diversa. Il cespuglio è venuto come è venuto: c'era l'erba vicino, non gli ha lasciato crescere i rami bassi, e quindi ha un pezzetto di tronco, però tutto la struttura e la vegetazione sono assolutamente a casaccio, con la tendenza tipica di un cespuglio. Gli alberi crescono lentamente e devono modificare continuamente la loro forma per adattarla alla funzionalità. Quel cespuglio non è un bonsai perché non ha l'immagine di un albero. Allora bisogna imparare a farlo. Chi ha raccolto in natura, è stato sollecitato dal fatto che quel soggetto aveva già un po' di rami e di foglie. Provate voi a convincerlo che ne deve togliere magari la metà. Non lo farà mai perché quando l'ha raccolto l'ha trovato bello: tagliarlo vuoi dire impoverirlo e “rovinarlo”. Ma si convince forse vedendo delle mostre come si deve, ed imparando come vanno fatti i bonsai e quali sono le caratteristiche che danno loro pregio, e come si modificano gli alberi mentre invecchiano, ad un certo punto si dovrà “rassegnare”, convincendosi che per avere delle buone proporzioni è indispensabile quasi sempre adattarsi a “tagliare” e lo farà anche lui. Solo la valutazione critica di un piccolo albero consente di capire ed imparare come migliorarne la qualità e questa, secondo me, è una delle funzioni fondamentali dei giudizio.

Tra l'altro per lo più, se ci si ferma al primo impatto, si ha della pianta una visione globale, e molti dettagli sfuggono. Così quel mozzicone mal tagliato (che non èbonsai), ma è stato lasciato; quel ramo che, certo, fa parte della chioma, ma che parte dal tronco con una curva assolutamente non corretta. Bisogna guardarle queste cose, perché la miniatura di un albero è fatta anche di particolari e piccole raffinatezze. Come siamo tutti d'accordo che una bella donna è fatta in un certo modo, e che una automobile ha quattro ruote ed un volante, se non troviamo le curve al posto giusto o se le ruote sono soltanto tre, e invece del volante c'è un manubrio, non avremo davanti a noi né una bella signora, né un'automobile, ma un'altra cosa! Se questo paragone sembra grossolano, pensiamo allora alla differenza tra un cavallo ed un asino.. .per qualche centimetro in più di orecchie.

Quindi se i dettagli contano negli esseri umani, negli equini e nelle automobili, perché non in un bonsai?

Allo stesso tempo le automobili, che non sempre vengono chiamate opere d'arte nonostante vi sia una certa ricerca stilistica, anche quando sono più grandi o più piccole e di qualsiasi cilindrata o colore, hanno però un insieme di caratteristiche che le rende riconoscibili come automobili. I bonsai sono alberi vivi, e qualunque sia la loro sagoma, devono essere riconoscibili come alberi. Torno perciò ad insistere di esser convinto che l'uso appropriato di una valutazione eseguita correttamente, onesta, spassionata e soprattutto conio scopo di migliorare la qualità del bonsai, non può che giovare. “Ho scoperto che il mio albero ha qualche difetto” “Però io ora so cosa devo fare perché migliori e sia molto più bello l'anno prossimo”.

Gli errori più gravi li fanno i principianti, soprattutto sulle piante raccolte, e generalmente non per scelta ma per “tolleranza”, in quanto ne accettano una forma o una ramificazione, che lì per lì da loro l'impressione di avere già un bonsai. Ed allora continuano a tenersi un albero senza sapere che non potrà mai diventare veramente bello. Non solo, siccome ci sono affezionati e seguitano a curarne regolarmente la chioma per infittirla, diventerà sempre più difficile, convincerli che dovranno sacrificarne qualche parte per renderlo veramente “albero” e per farne un bonsai come si deve. I soli argomenti validi sono quelli di uno standard estetico, dettato dalla verosimiglianza con l'armonia e la naturalezza riconoscibile nei begli alberi spontanei.

Quindi prima imparo a valutano con occhio critico o lo sottopongo ad un giudizio competente ed ascolto un consiglio che mi aiuti ad indirizzarmi, tanto meglio sarà:

e sarà tutto tempo guadagnato.

Io ho l'impressione di aver detto cosa mi sta a cuore. Spero sia chiaro che il tipo valutazione che considero utile non può di certo portare a fare dei bonsai “standardizzati”, ma invece a migliorare il livello di qualità dei bonsai che vengono realizzati, sollecitando un atteggiamento più critico da parte degli amatori. Questi stessi, lasciati però liberi di dare ai loro bonsai qualsiasi forma purché credibile, ovverosia purché “esistibile” in natura. Ecco: l'unico limite è questo! Il pittore che dice: ”Adesso dipingo l'emozione 73”, e fa un gran quadro rosso con sette macchie blu, va bene; se gli altri non vedono l'emozione 73, possono sempre leggere l'etichetta sotto (e nell'arte pittorica siamo arrivati a queste “concessioni”, che magari sono proprio la quintessenza della sensibilità e della capacità espressiva, ma secondo me assai poco comunicative). Siccome però, torno a ripetere, il bonsai è la simulazione vivente di un albero che è vivo o è vissuto, l'immagine dell'albero deve essere riconoscibile.

A questo punto mi auguro di aver reso proponibile il criterio del giudizio.

Anche a livello di Associazione europea, adesso stiamo andando in questo senso ed in Germania è già da tempo che oltre una dozzina di persone si sono candidate e stanno imparando a valutare e giudicare. Non è facile, ma è un impegno per cercare di esaltare l'aspetto puro ed onesto del bonsai. Arriverei a dire che così come esiste l'artista, deve esistere il critico. Se a livello armatoriale riusciamo a scindere il valore affettivo dal giudizio sereno e competente di un esperto, dal confronto ne verrà per Io meno un suggerimento.