GERHARD VORDERWULBECKE

vive a Rosenheim, cittadina della Baviera alle porte di Monaco. Di professione è odontotecnico, ma il suo hobby è il bonsai. Nelle sue dimostrazioni offre al pubblico l'occasione di vedere le varie fasi di for­mazione di un futuro bonsai. I soggetti preferiti sono le aghifoglie: lanci, abeti e pini, da cui ricava il massimo dell'ispirazione.

Il Vordewulbecke si accinge a lavorare un pino pentafilla da seme, che si è portato dal suo vivaio.

Questo esperto che è già stato ad Arco l'anno scorso, si dice onorato per essere stato invitato a fare questa dimostrazione e spera di poter fare qualcosa di interessante e che soddisfi le attese del pubblico di amatori.

Da un primo esame del materiale emerge che il suo potenziale è abbastanza elevato ed offre soprattutto la possibilità di essere utilizzato per realizzare tipi di bonsai diversi per forma e stile.

Una delle possibilità più ovvie è un eretto casuale, come viene proposto in uno schizzo eseguito alla lavagna, ma proprio per la facilità con cui viene da pensarla, stimola a cercare una alternativa più sofisticata. Ad un esame approfondito la forma literati sembra poter dare maggior soddisfazione, ed è questa che verrà scel­ta per la dimostrazione.

Tagliato alcuni rami bassi, l'esperto si accinge a ridurre la zolla per poterla collocare in un contenitore più piccolo e basso. Resa così più maneggevole la pianta, incomincia ad applicare il filo su alcuni rami in alto per dare loro la desiderata collocazione.

Naturalmente per realizzare lo spirito tipico della forma literati molti dei rami esistenti devono essere eliminati e la ramificazione essere molto semplificata.

Questo soggetto proviene dal Giappone ed è stato coltivato per qualche tempo nel vivaio di Vorderwulbecke, però non ha ancora subito alcuna manipolazione, per cui al momento ha l'aspetto di materiale assolutamente grezzo.

Nel descrivere il lavoro che si accinge a svolgere, l'esperto fa presente che le piante da seme si comportano in un modo più critico rispetto a quelle innestate in quanto il loro legno “salta” più facilmente e tollera di meno le manipolazioni e l'educazione col filo.

Si aggiunge il fatto che essendo in questa stagione il pino in vegetazione, la resina che esce dalle piccole ferite imbratta le mani e rende laborioso qualsiasi intervento.

Durante la lavorazione viene ricordato che il pino pentafilla è parente del nostro pino cembro, l'unico pino a cinque aghi spontaneo in Europa.

Il lavoro procede spedito e silenziosamente, ed assorbe l'attenzione dei presenti per un'ora abbondante. Ogni piccolo ramo deve essere educato e posto nella posizione ideale per avere il migliore effetto. Data la notevole con­sistenza di alcuni rami, oltre al filo applicato a spirale come di consueto, vengono usati anche dei tenditori che aiutino a tenere la parte nell'assetto esattamente desiderato.

Ramo dopo ramo, ognuno vene collocato nella posizione che gli compete per raggiungere l'immagine del literati che aveva in mente l'esperto.

Dato che un tale stile è relativamente svincolato dai canoni tradizionali si riesce ad avere una forma che, pur fuori dalla consuetudine, può essere affascinate e gradevole.

L'aspetto forse più discutibile è quello di tre dei rami principali che partono allo stesso livello.

Pazientemente, rametto dopo rametto, la chioma prende la sua fisionomia; è probabile che trattando materiale grezzo così fitto e ricco, però con i rami disposti non esattamente nei punti in cui servirebbero nello stile literati, l'esperto intenda comunque lasciare più vegetazione di quante sarà presente alla fine, dopo qualche anno di trattamento, proprio per dare la possibilità alla pianta di prendere nel frattempo vigore e crescere meglio dove è necessario.

Grazie alla traduzione del Gomez l'esperto dichiara di non attenersi ad una visione filosofica del bonsai literati, bensì di preferire realizzarlo secondo una intuizione artistica più occidentale. Per lui è quindi più importante la gradevolezza che la suggestione simbolica.

A questo riguardo, esattamente sul modo personale di interpretare questo stile, il pubblico fa delle domande e l'esperto risponde che pensando al futuro del soggetto egli crea le condizioni per avere il miglior risultato dopo un trattamento di coltivazione di altri tre-quattro anni. “Dopo tutto, questa è una dimostrazione” dice Vorderwulbecke “per cui certe cose che potrei lasciar fare al tempo preferisco invece farle ora, proprio per far vedere e spiegare come venga realizzata l'impalcatura di un ramo: prima quella della branca principale poi quella dei rametti secondari e laterali.”

Alcuni dei rami bassi che erano stati tagliati accorciandoli vengono ora scortecciati e trasformati in jin e scheggiati per dare loro una certa naturalezza.

Finito il lavoro sulla parta aerea della pianta l'esperto completa la riduzione della zolla e la sistema in un vaso ritenuto adeguato, cioè ovale e basso, in modo che lo spirito del literati venga ritrovato anche in questa unione con il contenitore. Per correggere l'instabilità della pianta così alta nel piccolo vaso vengono applicati dei fili che attraverso i fori di drenaggio fissino la zolla nella posizione voluta.

Il terriccio utilizzato è un miscuglio di Akadama e sabbia. L'esigua dimensione della zolla e del vaso basso danno di certo una notevole leggerezza al soggetto e quindi l'immagine di albero vissuto alle alte quote viene richiamata alla mente dalla suggestione.