ODDONE. il tema proposto per questa tavola rotonda concerne la verosimiglianza del bonsai e quindi la necessità di guardare gli alberi, apprezzarne le caratteristiche, studiamo le forme e riportare tutto questo nelle dimensioni bonsai. Non si tratta ovviamente di “copiare” quanto si vede ma di imparare a dare alle miniature di alberi che facciamo quel tanto di credibilità che è alla base del loro potere di suggestione e della capacità di provocare emozioni in chi le guarda.

DAL TOSO - Pensavo soprattutto che l'esempio giapponese sia maledetto, nel senso che ci ha insegnato a pensare e forse a vedere le cose in un modo un po' diverso da quello che eravamo abituati, e perciò vedere in modo più diretto la natura, non solo superficialmente, e andare a cercare le cose che non avevamo mai visto. E' stato un po' il bonsai a spingerci a questo, vogliamo ringraziarlo o maledirlo? Noi dobbiamo andare a cercare sempre qualche cosa di bello nell'albero, perché è proprio in esso che ci sono le cose veramente interessanti, non all'esterno. Anche il fatto di vederli da lontano o da vicino ci cambia le cose. Da lontano ci danno determinate emozioni, di unione, da vicino cominciamo a vedere dei particolari sfuggenti. Ci piace per esempio guardare da vicino quel che circonda l'albero o quel che gli sta sotto, ai piede, e magari anche tra i rami riuscire a trovare delle cose che ad esempio passando in macchina non si notano; anche nella corteccia guardando bene riusciamo a trovare delle cose.

Una cosa molto importante per conoscere gli alberi secondo me è apprezzarne la forza, è vivere l'esperienza di arrampicarsi sugli alberi. lo a volte lo faccio e provo delle sensazioni diverse a seconda dell'albero. L'albero grande mi da per esempio dei grossi problemi soprattutto per cominciare a salire, infatti devo salire col “cerchio” e poi comincio ad arrampicarmi sui rami, anche perché fino a una certa altezza di rami non ne trovo. Sugli alberi medi in genere mi servo di una scaletta o trovo dei monconcini di rami e da lì riesco ad arrampicarmi. Quando arrivo poi a una certa altezza sento l'albero ondeggiare. Sugli alberi piccoli invece ho un po' paura a salire perché a ogni progresso che faccio sento i rami che si piegano dolcemente al mio peso. Questa resistenza al peso è molto importante per sapere appunto, mano a mano che si sale, come sono piazzati questi rami nell'albero: si sente proprio quanto tengono, se il peso lo reggono solo all'inizio del tronco o un poco più fuori. Questo per cominciare a sentire l'elasticità dell'albero, e poi capita anche di stare sotto l'albero da solo a guardarlo, magari in momenti un po' particolari e comincio a chiedermi cosa sappiamo in fondo degli alberi. In pratica ben poco, infatti non si sentono mai delle belle storie degli alberi, sono ben pochi gli scrittori che parlano degli alberi, anche magari sotto forma di favole o leggende.

Sono però molto importanti ed è importante riconoscere gli alberi: non solo le conifere dalle latifoglie, ma è importante riconoscerli ognuno anche dal loro portamento.

Saper riconoscere un albero da lontano in inverno, spoglio, è una cosa bellissima! Saper identificare i vari tipi di piante intravedendo dei disegni particolari.

Un'altra cosa molto importante è l'età: saper riconoscere, sempre da lontano, l'età delle piante, perché la loro struttura cambia completamente.

E l'aspetto della struttura può cambiare anche per la diversità delle situazioni, cioè la stessa pianta vista in uno spazio aperto, vista colpita dal vento o da un'aria leggera cambia completamente la sua forma.

Soprattutto riconoscere nei boschi l'individuo. Anche se i boschi sono fatti dalle stesse essenze riuscire a vedere la differenza tra i vari alberi, con le loro caratteristiche, pur essendo nella massa. Questo serve nella pratica bonsai per riuscire a creare degli alberi diversi, ognuno che ne rappresenti una caratteristica, come esistono in natura.

Questo è il fascino della scoperta e porta senz'altro, a mio parere, all'armonia. La mia ricerca sulla parola armonia mi dice che dal greco si traduce come collegamento, oppure scienza degli intervalli, o qualche cosa dl ben proporzionato. lntervallo poi viene definito come indugio. qui prendendo spunto dal proverbio; si può dire che “chi ha fretta, indugi”.

Un'altra definizione dell'armonia è anche felicità, forza, salute, gioia, rapimento, poesia, musica e anche pittura.

Cominciare a studiare la pittura è anche cominciare ad osservare gli alberi, i paesaggi. Con lo studio della pittura al impara a vedere anche le proporzioni, le linee di riferimento, degli schemi di base su cui lavorare. Quindi diciamo che li punto, di partenza per il nostro lavoro è senz'altro l'osservazione, il vedere e il cercare l'architettura dell'albero, vedere l'ordine dei rami.

Anche vedere l'ombra della pianta aiuta a distinguerne l'architettura e si può con questa trovare il meglio della pianta. Io stile o il non stile.

Comunque è impossibile capire le cose solo con il cervello, bisogna capirle con tutto il corpo. Toccare gli alberi proprio fisicamente e comprendere quel che si tocca, il solo vedere non basta e soprattutto non bisogna mai dimenticarsi lo spirito con cui si parte: la voglia di fare bonsai, avere sempre la voglia di fare qualche cosa di nuovo. Avere sempre degli obiettivi, rivalutarli continuamente. Bisogna avere pazienza, frenare un po' l'entusiasmo e fare le cose con calma per non incorrere in molti errori.

ODDONE Nel discorso di Dal Toso è splendida l'idea di immaginare l'albero palpabile, l'albero da toccare con tutto il corpo per sentire tutta la sua energia, nel senso di flessibilità, capacità di resistenza, consistenza e quindi trasferire queste emozioni nel bonsai. E' l'armonia che si scopre in tutta questa “palpazione dell'albero che una volta assimilata fa desiderare, se si vuoi fare un bel bonsai, di arrivare a ripeterla. Se prendete un bonsai ben costruito e gli accarezzato i rami vi accorgerete che hanno una flessibilità armoniosa dalla base del tronco fino alla cima che dà loro una consistenza, che non posso dire omogenea ma variabile in modo uniforme. Un ramo “sbagliato” è troppo rigido oppure oscilla eccessivamente: provando a muovere la chioma del bonsai ci si accorge se c'è un ramo fasullo, che non ha una elasticità coerente con il resto della chioma. Ora arrivare a capire cose come questa attraverso il contatto diretto dell'albero trovo che sia splendido.

AGNOLETTI - lo dovrei fare una piccola premessa e cioè io credo, anzi sono sicuro che il bonsai è qualcosa di profondamente individuale, non ha assolutamente regole generali. Può sembrare ovvio ma non lo è. Se si guarda l'insieme delle manifestazioni, la carta stampata, i video, l'informazione ecc. sembra che il bonsai abbia certi indirizzi, mentre in realtà non ne ha. Ha gli indirizzi che sono suggeriti al pubblico proprio da tale tipo di informazioni. Quando ho visto il titolo di questa tavola rotonda cioè “Il bonsai, un albero tutto da guardare” il mio pensiero è tornato a tanto tempo fa. Praticamente la realtà e la vita a volte è più che altro un fatto di punteggiatura. Dico questo perché mi ricordo che tempo fa, agli inizi, andando a ricercare il mondo del bonsai e iniziando questa esperienza, ricordo che ovunque, in qualsiasi pubblicazione o articolo, quando si parlava della parola bonsai veniva sempre scritto bonsai, due punti, “albero in vaso” o albero coltivato in vaso o albero coltivato con arte in vaso, punto. La mia difficoltà è sempre stata nel riuscire a cercare cosa c'era dopo quel punto. Non mi è mai bastato il semplice fatto, la semplice traduzione degli ideogrammi.

Purtroppo poi su questo si sono sovrapposte chiaramente le esperienze personali e le varie cose che ho imparato. Alla fine mi sono ritrovato al punto di partenza e praticamente ancora oggi non so cos'è il bonsai; o almeno, la semplice definizione non mi basta.

lo proporrei un'altro modo per arrivare a questo “albero da guardare”, cioè non arrivarci per una via semplicemente logica o di riduzione, ma per eliminazione, cioè togliendo quello che è superfluo o quello che è semplicemente un accessorio. Quindi, perché non vedere quello che NON è?

Innanzitutto direi che il bonsai non è una semplice tecnica di coltura, non è certo un fatto di giardinaggio, di orticoltura, di sedi universitarie”. Se fosse così potrebbe essere confinato semplicemente nel campo del vivaismo o nell'aula universitaria.

Eliminare il fatto semplicemente culturale mi sembra anche abbastanza semplice e da non discutere.

Il bonsai non è sicuramente miniaturizzazione: non ha senso; mi sembrerebbe più una cosa da ingegnere elettronico o qualcosa di simile, con l'idea di voler miniaturizzare un albero per poterlo mettere in vaso, per creare una proporzione tra foglie, rami, tronco. Il senso finale è solo quello: sembra più una cosa da modellisti, con tutto il rispetto che ho per loro.

Non è nemmeno un fatto di pura e semplice tecnica, perché in fondo la tecnica bene o male si impara e naturalmente ci saranno sempre persone più capaci di altre.

Il bonsai certamente non è avvicinarsi alla natura. Per me non ha mai avuto senso questo voler unire il bonsai alla vicinanza con la natura, perché si parte sempre da un'idea di fondo sbagliata. S'intende la natura come “ambiente”: la natura non è ambiente. Tale parola ha un certo significato, quando si parla di ambiente si intende un luogo chiuso, costruito. In questo senso quando a si riferisce alla natura sarebbe forse più giusto dire biotopo. In altre parole insomma è un qualcosa costruito dagli studiosi: in realtà la natura siamo noi. Per quanto possa sembrare strano tra noi e la natura non c'è nessuna differenza, quindi semplicemente io non ho nessun bisogno di ritrovare qualcosa, perché il qualcosa è già in me.

Certo naturalmente con il bonsai ho imparato tantissimi particolari, cose curiose che non conoscevo e non sapevo della natura, però l'idea di fondo era già in me.

Il bonsai non è assolutamente storia, perché esso non ha storia. Per quanto ci si possa sforzare di cercare, non si troveranno che dei dipinti, qualche poesia; possono esistere dei poemi, però sono solo poca cosa. Non era neanche considerato, o forse solo come passatempo sta dal cinesi che dai giapponesi. Diciamo che il bonsai è praticamente solo dall'inizio del secolo che comincia ad essere studiato, catalogato, registrato.

Il bonsai non è filosofia, o almeno non è filosofia orientale per noi occidentali. Posso ammirare e trovare piacevole la filosofia Zen, imparare la filosofia buddista o scintoista. Posso riconoscere dei punti dl contatto tra la mia cultura occidentale e quella orientale, però non posso sostituire la mia, che è la cultura dell'occidente e in particolare del mediterraneo, con quella orientale.

Bene o male quasi tutti abbiamo studiato i classici. e i nostri classici li hanno creati degli occidentali, che tra l'altro avevano un bellissimo rapporto con la natura e non se ne sono mai sentiti estranei Tra l'altro essendo nato a Firenze, culla del rinascimento, dove appunto l'idea fondamentale era questa unione totale tra l'uomo, il luogo e la natura, ci sono sempre stato immerso e quindi anche la mia filosofia, culturalmente, da un punto di vista personale come ho già premesso, è diversa.

Praticamente non è rimasto altro, o almeno è rimasto poco, e quindi, vieto che tutte le altre sono cose accessorie, l'ultima cosa rimasta dovrebbe essere la parte essenziale, il nucleo del tutto. Per quanto possa sembrare anche questa ovvia e semplice, non lo è: il bonsai è arte.

La parola arte viene spesso abusata, oppure viene semplicemente dimenticata, cioè non gli viene dato lo spessore e l'importanza che ha. Naturalmente anche qui premetto che per arte ognuno può intendere quello che vuole. Non esiste un'arte assoluta, esiste un piacere del bello e per fortuna il bonsai da ancora questo piacere del bello (se si pensa bene alcuni tipi di arte moderna non vogliono seguire il piacere del bello, non vogliono seguire il piacere di critica o di denuncia o di altro), comunque il bonsai è essenzialmente arte. E' arte perché appunto è un piacere del bello, è arte perché dietro c'è una forma, c'è una struttura, ci sono delle proporzioni. E' arte soprattutto perché non ci sono regole; è arte perché è qualcosa d'individuale.

Capisco che è una grossa difficoltà riuscire a entrare in questo ordine di idee. Forse il metodo migliore sarebbe quello di eliminare totalmente tutte le regole che sono state dettate fino ad ora. Quindi proporre di non usare assolutamente più la parola “stili”, di non usare assolutamente più tutto quello che è semplicemente un voler “inquadrare” la pianta e finirla di dare più valore a certe parti su altre, ma considerare l'insieme.

Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare, avere la possibilità di dimenticare e ricominciare da zero. Purtroppo questo non è possibile perché bene o male risultiamo sempre saturati dall'informazione. Mentre fino a poco tempo fa forse era facile poter scegliere perché l'informazione era scarsa, adesso è ridondante, è piena: uno viene aggredito, non riesce più ad inquadrare e a separare le cose importanti.

In fondo quello che volevo dire era solamente questo: pensate per un attimo che tutti hanno la possibilità di fare arte (uno ha sempre una certa capacità tecnica o espressiva) perché in fondo è il piacere del bello.

Che poi il bello non venga riconosciuto da tutti, ossia resti conosciuto solo da noi stessi, credo abbia un'importanza relativa. Importante invece è che il bonsai è generalmente qualcosa di personale, e sotto questo punto di vista sarebbe bene forse anche eliminare proprio tutte le strutture che ci sono dietro, ossia le varie mostre, dimostrazioni, eccetera.

Forse il compito finale, nel senso di quello che bisogna vedere nell'albero, potrebbe essere dato semplicemente da delle esposizioni.

INTERVENTO (Amatore emiliano) - lo mi trovo abbastanza in disaccordo con l'opinione, che per altro rispetto moltissimo, di Agnoletti, in quanto mi sembra che sia piuttosto contraddittorio in alcuni punti. Ad esempio se bonsai è arte, dentro l'arte c'è sicuramente filosofia, c'è sicuramente storia, perché come sì fa a non pensare che è storia quando esistono delle piante che sono coltivate da 800 anni con dedizione quotidiana. Io trovo estremamente affascinante il fatto di poter aver una pianta di 800 anni e trovarmici di fronte. Mi sento piccolissimo anche davanti a una pianta coltivata da vent'anni: per me questa è storia. Il fatto che ci sia stata una ricerca approfondita nel corso dei secoli sicuramente fa parte dell'arte e allora perché voler nascondere tutte queste cose? Perché voler dire che non è niente?

E' possibile che uno quando sì trova davanti a una pianta abbia delle sensazioni e questo lo accetto: dentro le sensazioni ci può stare tutto.

Mi è piaciuto molto il discorso dl Dal Toso che condivido, e in alcune parti mi sento partecipe proprio delle sue sensazioni, perciò non mi sento di dire che dentro al bonsai non c'è niente, c'è solo arte ed escludo tutto il resto. Secondo me c'è tutto, dentro, anche se ognuno di noi può privilegiare un aspetto rispetto ad un altro.

C'è anche il fatto che se bonsai è ricerca estetica, come io credo, attraverso la tecnica, questa tecnica è un mezzo per arrivare ad ottenere la determinata forma che ci si prefigge o alla quale ci si ispira. La visione di un albero può suggerire un bonsai che ne sia l'interpretazione e la cui forma dipenderà dalle sensazioni che provoca. Ebbene se il bonsai è tutto questo come possiamo non dire che il bonsai è un'arte complessa con tantissime componenti. Inoltre il fatto che Agnoletti accetti l'esigenza di proporzioni nel bonsai vuol dire che ci sono delle regole.

Se vanno rispettate delle proporzioni vuol dire che ci vogliono determinate regole, altrimenti tutti possono fare le loro piante seguendo il proprio gusto, a seconda della propria capacità: ma se non si rispettano dei criteri probabilmente entreremo nel caos, anche perché ognuno a seconda della propria idea di bonsai ne privilegerebbe gli aspetti che ritiene più importanti. Ad esempio l'estetica, come nel caso dei giapponesi, per i quali sembrerebbe proprio che l'estetica sia predominante. Anche perché presumono nota la parte tecnica e quasi non ne parlano, ma è scontato che per ottenere una certa forma si debba avere la tecnica per arrivarci.

A tale proposito ritengo che in Italia dobbiamo parlare molto di tecnica perché rispetto ai giapponesi siamo agl'inizi, almeno per quel che mi riguarda, e me ne rendo conto perché guardando i risultati che ottengono capisco che per raggiungerti c'è bisogno di lavoro altamente tecnico.

I giapponesi quindi parlano solamente di estetica perché la tecnica è una cosa da loro già acquisita, e questo secondo me è storia. Possiamo rendercene conto facendo la differenza tra i giardini giapponesi e i nostri giardini creati venti o trent'anni fa da vivaisti peraltro capaci. Nei nostri giardini manca ancora quella ricercatezza estetica che fa provare una certa sensazione guardando le piante.

ODDONE Mi dispiace interrompere, ma lo scopo di questo incontro non è il discutere delle visioni personali: dobbiamo riuscire ad usarle per arrivare a un risultato. Quello che è stato detto porterebbe a pensare che se escludi la tecnica, escludi la relazione col reale e un sacco di altre cose, resta del bonsai solo il concetto, e per di più individuale.

A questo punto allora possiamo fare bonsai solo ciascuno per se. Ma casualmente c'è della gente interessata, appassionata, che cerca di avvicinarsi a questo mondo e penso che sia interessante cercare di aiutarci uno con l'altro, perché questo avvicinarsi al bonsai non ci faccia incorrere in certi errori.

L'idea dell'imparare a guardare l'albero bene o male è un punto di riferimento perché tutto considerato lavoriamo con materiale vegetale e dobbiamo conoscerlo e curano perché almeno continui a vivere. In secondo luogo, se il bonsai è arte deve avere potere di suggestione, deve creare un'emozione, ma la suggestione nasce da cose già viste, di cui si ha già un'esperienza, per cui un riferimento alla natura secondo me ci vuole.

Ci è sembrato, nell'organizzare questa tavola rotonda, che se si presta attenzione nel guardare gli alberi ed. osservare -I loro ritmi, apprezzarne le proporzioni, si possa capire perché, nel vederne un filare in lontananza si facciano quasi inconsciamente delle considerazioni sulla loro forma, e che un analoga valutazione viene fatta anche riguardo al bonsai che ci sta davanti, per stabilirne la credibilità e la bellezza. La nostra speranza era perciò di riuscire a chiarire se attraverso l'esperienza che ciascuno può trarre da una più attenta analisi degli alberi in natura non sia in realtà più facile giungere alla forma di quelli che coltiviamo in miniatura.

BONACCHI Avete mai visto una mostra di bonsai d'inverno? E' difficile: la gente ha paura di far vedere le proprie piante spoglie, perché è quando si vedono i difetti. Io penso che la maggior parte delle persone fa bonsai per arrivare alle mostre: non lo fanno né per se stessi, né per gli altri, ma solo con lo scopo delle mostre.

D'altra parte per essere esposto bisogna pensare che un bonsai dev'essere una pianta decente ed ha bisogno di un bel po' di tempo per farsi. Non si può certo in poco tempo preparare una pianta e pensare di portarla ad una mostra.

lo invece vorrei proprio fare una bella mostra d'inverno, dove nelle piante si vedano anche i difetti, non per criticarli ma per riuscire a capire insieme ad altre persone dov'è lo sbaglio e fare così che l'esposizione che sia anche costruttiva sotto il profilo tecnico. Purtroppo c'è sempre il discorso di aver paura a mostrare il proprio lavoro, soprattutto nel caso di errori.

MASINA- Non avremo mai fatto una mostra d'inverno, ma sarà capitato di averle fatte o all'inizio della primavera o in autunno avanzato, la mostra di Bari ne è la conferma, e molte piante in tali periodi sono già spoglie. Va detto d'altra parte che chi intende esporre un suo bonsai cercherà sempre di sottoporre al giudizio del pubblico delle cose accettabili. Ma non è questo il problema.

Il vero guaio sta nel fatto che se ad una mostra noi portiamo delle piante spoglie il visitatore comune avrà la sensazione di trovarsi davanti a delle piante morte, perché la gente purtroppo è abituata e vedere bello l'albero solo quando questo è pieno di foglie. Saremmo costretti, in una mostra del genere, a spiegare ad ognuno che i bonsai, come le piante normali, in inverno sono nude.

La gente non è abituata a considerare il bonsai un albero qualsiasi. Lo pensa una pianta particolare, dotata di un carisma speciale, pertanto deve avere la sua chioma verde.

Queste considerazioni le faccio perché oltre che ad essere un bonsaista sono anche un venditore di piante e posso dire con tutta onestà che la gente desiderosa di acquistare un bonsai, sceglierà quasi esclusivamente un sempre­verde. La cosa triste è che poi la maggior parte delle persone non avendo le dovute conoscenze del corso naturale dell'albero, la conoscenza delle tecniche necessarie a dargli una forma ed accudirlo, non sa proprio cavarsela e nella maggior parte dei casi la pianta andrà a morire. Probabilmente in questi ultimi anni il bonsai è solo una moda.

Ora in questa tavola rotonda partiamo di filosofia e ci rivolgiamo ad un pubblico di iniziati, sperando che si capisca quello che noi diciamo. Vorrei veramente essere sicuro che sia stato compreso il discorso delle piante d'inverno, spoglie ecc.. La gente non è abituata ad osservare gli alberi, noi stiamo parlando di una cultura die abbiamo preso dall'oriente e che è arrivata a noi per i motivi più strani. Questa cultura la vogliamo adattare ai nostri ritmi, ai nostri “climi”, al nostro modo di vedere le cose, ma noi non siamo abituati a meditare, non fa parte della nostra cultura. Quindi non essendo abituati a meditare non siamo portati ad osservare: noi vediamo, non guardiamo, quindi non possiamo pretendere di vedere, di capire com'è fatto un albero. Delle persone messe di fronte a tre alberi d'inverno non sapranno di certo classificare queste piante, né dare alcun tipo di risposta.

Il modo di vivere la natura per noi è completamente diverso rispetto a quello degli orientali. Non ne abbiamo nemmeno la pazienza, infatti vogliamo vedere dei risultati in fretta e non ci rendiamo conto che il bonsai è fatto di pazienza e di ritmi naturali che non sono più i nostri. Come si fa a spiegare alla gente che vive con orari impossibili che la pianta ha un suo ritmo ben preciso che bisogna rispettare.

La gente comunque in genere sceglie principalmente dei sempreverdi e le ragioni sono quasi sempre le stesse: il sempreverde non perde le foglie perciò non sporca, resta sempre uguale, ecc. Noi consideriamo gli alberi delle cose a nostra disposizione, da usare perché fanno ombra o danno legna, e già questo fa apparire molto nobile l'atteggiamento di considerare un albero come una cosa che ti dà un utile e quindi lo coltivi, gli vuoi bene ecc.

Ma gli alberi sono esseri viventi, hanno un loro respiro, un loro espandersi, stanno bene e stanno male, sono partecipi con noi di un'avventura sulla terra, sono anche loro un corso, un'evoluzione. Prima c'erano le felci, poi ci sono state le conifere, ora le latifoglie si stanno espandendo perché sono più rigogliose. L'albero non viene considerato nella sua evoluzione, pertanto la maggioranza delle persone non potrà mai intendere il bonsai nella sua vera essenza che è continua evoluzione. Lo considererà sempre come staticità, non capendo che se esiste un albero di certo esso dev'essere stato piantato, è cresciuto, ha vissuto se ha trovato il posto giusto e il giusto clima. Nessuno si pone la domanda di quanti anni un albero abbia vissuto, e molto spesso davanti a una vetrina che espone bonsai la gente resta a bocca aperta nei vedere queste piantine, soprat­tutto se vicino ad esse c'è il numero degli anni attribuiti alla loro età: sono cose da sfatare.

INTERVENTO (Milano) - lo mi sono avvicinato al bonsai veramente da poco, però ho notato la differenza che c'è tra una mostra bonsai e una mostra di quadri. Se il bonsai è arte, perché non mettere a disposizione del visitatore una guida che spieghi i procedimenti, le qualità degli alberi, quali sono i pregi dl una determinata piantina o quali sono i difetti. La gente a un certo punto ha bisogno di alcune spiegazioni per potersi avvicinare al mondo del bonsai e credo che voi come associazione potreste are qualcosa in questo senso.

MASINA- Noi ci siamo sempre dichiarati un'associazione di amatori che si propongono per la diffusione dell'immagine del bonsai nazionale. Questo lo facciamo da dieci anni. Una mostra non può essere esauriente, è naturalmente solo un seme gettato.

Di tutte le persone che visitano la mostra solo pochi verranno veramente interessati, e probabilmente si informeranno su come potersi avvicinare al bonsai. In una mostra non si può pretendere che ci sia una persona che ti spiega passo per passo tutte le piante che sono esposte. Però credo che una mostra vada fatta in modo che la gente possa capirla ed avere un senso critico di quello che sta vedendo.

ODDONE - All'inizio le mostre avevano dei cartelli in cui si scriveva che il bonsai era un albero in miniatura, nel quale si doveva cercare una certa verosimiglianza, che doveva avere delle proporzioni. Poi, visto che il pubblico s'è abituato all'immagine, alla fine ci siamo accorti che guardavano solo qual era la pianta più vecchia. Abbiamo pensato che probabilmente così come noi all'interno dell'associazione capivamo, o credevamo di capire, anche il nostro pubblico si tenesse al nostro passo. Invece i nuovi evidentemente hanno quest'esigenza e probabilmente in realtà è così. Devo dire che nei primi ARCOBONSAI noi abbiamo fatto preparare dei foglietti con degli accenni di estetica perché ci fosse un minimo di informazione.

Parlando di alberi, a proposito di emozioni “plastiche” aggiungerei ancora una cosa e cioè il fatto che alle persone piacciono soprattutto le foreste perché in genere vi riconoscono il paesaggio. L'albero come individuo è poco guardato e se ne volete una prova basta che chiediate a delle persone di disegnare un albero senza foglie, vi accorgerete che saranno in difficoltà, perché non sanno ad esempio come i rami “escano” dal tronco, né dove vadano messi. Bisogna avere l'intenzione di guardarli gli alberi: imparare ad aprire gli occhi e cercare di leggere l'eventuale fluidità ed armonia nella successione di proporzioni delle loro forme. Quello che è stato detto qui è tutto valido, anche se visto naturalmente da sfaccettature diverse, ma per approfittarne completamente bisognerebbe riuscire a catturare davvero tutti questi concetti legati alla natura dell'albero e tenerli presenti in modo che ci aiutino veramente a fare bonsai. Così si potrà portare gli alberi nudi perché sono costruiti bene, si potrà fare una mostra e sarà una cosa molto gradevole.

BONACCHI- A questo punto bisognerebbe avere il coraggio di accettare e chiedere di farsi anche insegnare a riconoscere un albero e non solo farsi dire come si piega un ramo. Farsi insegnare la differenza magari tra i diversi rami di una stessa pianta, nel loro modo di crescere, ecc. La differenza che c'è fra due piante della stessa essenza cresciute in posti diversi. Queste cose nella maggior parte dei casi nessuno le sa e quando ci si accinge a coltivare una pianta si trovano delle difficoltà nel raggiungere i propri obiettivi, proprio per la scarsa conoscenza delle varie specie di piante e del loro modo di comportarsi.

INTERVENTO (Silvana) - lo non sono d'accordo sulla opportunità di dare informazioni nell'ambito delle mostre, perché a me per esempio è capitato di acquistare una talea spacciata per bonsai per fare un regalo, e ho fatto una pessima figura. A un certo punto ho voluto saperne di più e mi sono appassio­nata al bonsai. Una mia amica invece ha ricevuto in regalo un bonsai che pochi giorni dopo gli è morto e la sua considerazione è stata quella di dire meno male che è morto, così non lo devo più annaffiare, quindi se quella persona va a vedere una mostra di bonsai,, che ci siano scritte delle spiegazioni, o che ci sia una persona addetta per fornirle, probabilmente alla stessa non importa assoluta­mente niente. E anche questo può essere un aspetto da considerare.

lachini Cristian— Probabilmente qui c'è un equivoco di fondo, perché dobbiamo metterci in testa che quando si va a vedere una mostra bonsai si va a vedere degli alberi. E qui mi soffermo su una definizione che m'hanno dato a proposito di un boschetto, e cioè m'è stato detto che indipendentemente dal fatto che gli alberi che lo compongono siano ben strutturati o meno, il boschetto veniva giudicato per la sensazione che provocava in chi lo guardava. In sintesi io credo che il bonsai possa rappresentare anche il tipo di persona che l'ha fatto, strutturato in modo che si posa riconoscere che è un albero. D'altra parte in una mostra di quadri non si pongono tante domande, si va a vedere dei quadri, dell'arte.

DALTOSO— lo volevo finire questo discorso con un suggerimento per tutte le associazioni. Per celebrare almeno dieci anni di bonsai in Italia e poter fare una mostra comune, perché non coinvolgere queste tre associazioni? Bisognerebbe cercare di trovare una sede comune, per esempio nel centro Italia, trovare uno sponsor ufficiale che porti dei soldi (anche questi servono) e Iasciar fuori dalle mostre i commercianti. Le tre organizzazioni al loro interno selezioneranno le piante che parteciperanno a questa mostra e poi le faremo giudicare da esperti europei, perché il bonsai è stato fatto in Europa e ci faremo giudicare da europei.

Questa cosa la dovrebbe organizzare possibilmente un'agenzia esterna a tutte e tre le organizzazioni.

Selezionare piante italiane o, se importate, che siano almeno da dieci anni lavorate in Italia: e dovranno avere una documentazione seria. Portarne trenta esemplari per associazione e la valutazione dovrebbe essere fatta esclusiva­mente sulle piante e sul vaso con la scheda di valutazione europea. Una speciale commissione valuterà l'ammissione delle piante importate e ci sarà il curriculum di queste piante. Le categorie di alberi da portare saranno: conifere, caducifoglie e sempreverdi e la stagione, fine gennaio - febbraio.

MASINA - L'idea è molto bella e molto utopistica, anche perché una congrega di individualisti come in Italia sarà difficile trovarla. Ognuno fa le sue cose e stiamo parlando di bonsai, quindi di filosofia, di piante e di cultura. L'essenza intima del bonsai è scritta in tutti i libri e si riassume in due parole: umiltà, distacco delle cose. Tutto questo neIl'associazionismo italiano non esiste. Il modo di porsi umili non c'è in nessuna delle associazioni, anzi direi che è il contrario. Per tanto bisogna rivedere un attimo il concetto di quel che può essere il bonsai in Italia, che può essere una bellissima forma di arte, ma creandolo nostro, non prendendo pari pari una cultura orientale per sovrapporla alla nostra: non può funzionare.

Non si può nemmeno parlare di cultura, in Italia, per quel che riguarda il bonsai, a malapena si può parlare di tecnica. Quanti sono del resto quelli che fanno bonsai da più di dieci anni? Pochi! E questi pochi, lo spero per loro, possono cominciare a sentire lo spirito del bonsai. lo sinceramente non l'ho ancora capito, pur essendo dieci anni che ci lavoro e non posso di certo trasmetterlo agli altri. Una cultura acquisita è anche una conoscenza che qualcuno può dare agli altri. Noi non possiamo ancora averla e quindi iniziamo Intanto a parlare di tecnica e poi Parleremo del resto.

Parliamo di tecnica per trascendere, perché non possiamo prendere le tecniche, le immagini che la tecnica giapponese. ha creato e trasportarle nella nostra cultura, perché l'albero che è nella testa e nel cuore dei giapponesi o dei cinesi non è il nostro. L'albero è una cose diversa per ciascuno di noi a seconda della propria cultura; pertanto osservare gli alberi è anche osservare da dentro la propria cultura. Questo noi non lo sappiamo fare perché noi non sappiamo osservare, chi sa osservare riesce ad avere dei risultati.

INTERVENTO (amatore emiliano)- E' anche sbagliato non accettare critiche da delle persone solo perché hanno una diversa cultura. Prima voglio acquisire quel tipo di cultura e voglio capire come loro hanno pensato, poi vedrò di andare avanti. Non posso nemmeno dire che non voglio essere giudicato da un orientale solo perché ha una diversa cultura, perché bisogna anche essere umili e bisogna capire che ognuno ha un grado diverso di osservazione su una pianta. Quindi come le persone che guardano una pianta fogliata e dicono che è bella, anche se io so che il tronco all'interno della chioma è fatto male, accetto il complimento, come accetto la critica fatta da una persona che invece trova nella mia pianta un difetto.

ODDONE - lo penso alla gente che mentre entra nella sala dove sono esposti i bonsai esprime entusiasmo e meraviglia ancor prima di averli guardati.

INTERVENTO - Probabilmente in occidente il livello di cultura è ancora quello di emozionarsi davanti a un bonsai di un negozio. ..senza però avere il senso critico, comunque è già un successo rispetto a vent'anni fa quando ancora il bonsai non era conosciuto e la gente non lo guardava proprio.

ODDONE - Certo è che se io non mi fossi mai occupato di bonsai e adesso me ne parlassero, vedendo le cose commerciali che ci sono in giro penso che non ne sarei affascinato, anzi non mi sentirei spinto ad impegnarmi contro la mia ignoranza per cercare di arrivare oltre, proprio perché un tale bonsai non mi dice nulla.

I bonsai che si vedevano vent'anni fa erano spesso delle piante veramente belle, davanti alle quali si scatenavano tutte le emozioni. E' chiaro che allora erano piante di tutt'altra qualità.

Torno comunque a ribadire la raccomandazione di osservare bene gli alberi, perché anche noi possiamo fare i nostri bei bonsai, se impariamo l'antica accuratezza dei giapponesi. La magia loro è che una tale procedura portava alla miniatura del particolare, del dettaglio. E' fuor di dubbio che, se vogliamo fare qualche passo nella direzione bonsai o comunque nel coltivare alberi piccoli in vaso, la strada è quella di cercare d'imparare questa armonia, e un buon modo per arrivarci credo sia quello di “imparare gli alberi, usando tutti i cinque sensi. Non si può infatti dare a casaccio la forma ad un bonsai: devi andare a vedere come in realtà è fatto l'albero che vorresti rappresentare.

INTERVENTO (Bresciano di Tanaka) - Chiedo a voi che ritengo i migliori bonsaisti italiani di dirmi qual è allora la strada da scegliere. Giustamente non ci possiamo giapponesizzare perché non lo siamo e non Io dovremo mai essere, non possiamo però darci una forma libera e allora qual è la strada?

ODDONE - La strada giusta dovrebbe essere la propria, cioè guardare la natura intorno fino a fame proprie le forme, cercando di arrivare a distinguere ed apprezzarne i ritmi e l'armonia proprio come una cosa quasi palpabile.

INTERVENTO - Certo che modellare come i giapponesi non è cosa facile!...

BONACCHI- Le piante europee comunque hanno tutta un'altra struttura: guardiamole. Non è detto che bisogna fare tutte le piante come a viene proposto, o meglio come dicono che dovrebbero essere. Abbiamo esempi di specie, quali il cedro del Libano, la quercia ecc., che in natura non sono sempre come si vedono rappresentate nel bonsai.

INTERVENTO (Masina)- Quelle bellissime piante a palchi che si vedono nei bonsai giapponesi non sono piante naturali, sono tutte potate, pizzicate:

quindi il massimo della naturalezza giapponese è il massimo dell'artificialità, così come i giardini giapponesi. Non ci sono da noi in natura piante così. A questo punto allora un bonsai a palchi, fatto come vuole la tradizione, è una astrazione dalle forme della natura; ma prima una forma si deve averla nella testa e poi si astrae. Non si può prendere una pianta alta cinquanta metri e portarla in scala corretta a un metro: si dovrà intuirne l'essenza, una forma stilizzata che vista in controluce ti dia la sensazione di vedere la pianta grande. La sensazione, non la fotocopia di un albero. Nel bonsai si avrà la sensazione d'albero vero.

INTERVENTO - Voglio chiedere allora come devo fare per riuscire a costruire l'albero bonsai. E' come se volessi guidare una macchina senza prima conseguire la patente. Credo che prima dovrò fare la patente e cioè imparare a guidare per poi condurre un'auto.

INTERVENTO (Masina) Qui mi si chiede di indicare una strada, ma fin dall'inizio s'è detto che è una cosa del tutto personale...

Vorrei chiarire un paio di cose. Non ci sarà niente di più anomalo di una visita guidata in una mostra in cui un cicerone dia tutte le indicazioni sugli alberi esposti, sui loro stili ecc. Si uscirà probabilmente senza aver capito niente, non si avrà nessuna sensazione di quegli alberi. Si avrà una lettura di una forma, di uno stile: tutte cosa che si potevano tranquillamente leggere su un libro. Tanto vale prendersi il libro e leggere passo per passo tutte le varie fasi, i vari stili ecc., piuttosto che ascoltare valanghe di parole di cui per molti è difficile afferrare il senso, perché da novizi non hanno tutte le informazioni necessarie per capire quello che viene detto. Anche perché una simile guida, che ti fa vedere tutte le piante e ti spiega i vari stili, la formazione ecc., probabilmente non dovrà rivol­gersi solo a una persona e di sicuro seguirà una sua scaletta. Certamente in questo caso chi non è addetto ai lavori riuscirà a capire ben poco.

E ancora. Tutti asseriscono che la parola bonsai sia un concetto artistico, che il bonsai può essere arte. Tutti i pittori della domenica sono capaci di fare una “crosta”; con un po' di passione tutti possono fare un quadro. Da lì a fare un capolavoro c'è però un abisso, perché il capolavoro Io fa solo uno che ha maturato la propria arte e l'ha interiorizzata. Quindi, mentre la tecnica ve la possono spiegare tutti, nessuno vi potrà spiegare come fare un bonsai. Anche conoscendo le tecniche necessarie a conseguire un risultato finale, quello non necessariamente sarà un bonsai caricato di tutti i suoi significati. Ne verrà fuori una pianta in vaso miniaturizzata, ma non è detto che sarà una espressione d'arte, più facilmente sarà una pianta banale. Di quelle che viste in una mostra non te ne resta il ricordo, mentre invece un bonsai il cui l'autore ci ha messo il proprio sentire, il proprio modo di vedere, quell'albero probabilmente resterà impresso. Quelli che ti ricordi sono i bonsai ben riusciti, in cui l'autore è riuscito a estrinsecare quello che la forma un dato albero gli ha ispirato: per questo viene considerato un capolavoro e rimarrà impresso nella mente dei Visitatori.

INTERVENTO (Silvana) - Si parla sempre di giapponesi o cinesi, io ho visto un filmato di alcune piante cinesi che due anni fa erano a Roma. Ho parlato con un cinese il quale mi ha detto: “Noi seguiamo la linea dell'albero, non amiamo mettere il filo....”

I cinesi badano di più alla linea dell'albero, mentre i giapponesi sono invece più schematici. Quello cinese dovrebbe essere un bonsai più vicino al gusto italiano, perché siamo tendenzialmente liberi nelle nostre espressioni, però invece quando si parla di bonsai si tende sempre a riferirsi al giapponese, come mai?

BONACCHI — Col filo, come fanno i giapponesi, si riesce ad avere un risultato più rapidamente. In 4 - 5 anni si può avere una pianta presentabile, mentre invece i cinesi a forza di potature e potature, costruiscono i loro penjing, però impiegano molto più tempo. A parte poi il fatto che in Cina ci sono molte scuole, e quindi anche la sagoma dei vari tipi di alberi in miniatura è differente da un luogo all'altro.

SILVANO di Bergamo introduce il concetto dell'immagine fotografica che potrebbe essere applicata anche all'interpretazione deI bonsai, e l'idea della fotografia richiama la rappresentazione. I cinesi, per tradizione, rappresentano un paesaggio in cui inseriscono anche le cose che non si vedono, ma che in realtà esistono; cioè nel disegnare un paesaggio se c'è una montagna per loro non è difficile inserirvi anche quello che si vedrebbe dietro la montagna, perché c'è davvero. Quindi è un lavoro di fantasia che probabilmente li ispira anche nel formare i loro alberi.

ODDONE. C'è in realtà una relazione tra il far bonsai e l'idea della patente di guida perché infatti con la patente si impara a condurre un automobile, ma poi per saperla usare bene concorrono altri elementi, come la coscienza, la corret­tezza, l'autodisciplina, che distinguono il gentiluomo della strada da quello che semplicemente la percorre. Così, lo stesso nel bonsai, la tecnica può servire per imparare a gestire l'albero, però i risultati dipendono da come questa tecnica viene usata, applicata, se c'è sensibilità, gusto, ecc.. In questo senso la strada per arrivare al bonsai è proprio un fatto squisitamente personale.

Mi ricordo, ad esempio, che Tanaka una sera è arrivato a Brescia con una pianta che a tutti sembrava già formata, e anche bella. L'aveva invece portata come materiale per una dimostrazione e, lasciandoci tutti un po' allibiti, cominciò a lavorarla. La sua idea di quell'albero, era che fosse troppo rigoglioso per la “solitudine” che lui intendeva rappresentare col suo bonsai. Quindi ha cominciato a tagliare ed è arrivato alla desolazione, però lui in quel modo ha fatto emergere benissimo la sua intenzione, dando a quel soggetto la forma che esprimeva quell'ambiente, dove i rami delle piante sono tutti rovinati dalle valanghe, dalle bufere e dove la vegetazione è ridotta al minimo.

E' questo che voglio dire, e di nuovo mi richiamo all'argomento di oggi: la differenza fra i due tipi di albero è dovuta alla necessità di verosimiglianza. Il primo era un'albero che andava bene per un'altitudine di 750 m. sul mare, Il secondo rappresentava un albero cresciuto a 2000 m.. Ecco il riferimento: per poter dare il senso della desolazione, o solitudine, come la chiamava lui, Il bonsai doveva rifarsi ad un immagine d'albero adeguata alle condizioni che trovi a quell'altezza: mentre prima ti dava l'idea di un pino a mezza montagna, dopo il trattamento immediatamente ti richiama alla mente tormente, slavine, ecc.

Non dimentichiamo che il materiale con cui lavoriamo è costituito da alberi vivi, dei quali perciò dobbiamo rispettare cicli biologici e caratteristiche; se poi vogliamo comunicare per mezzo loro, poiché l'arte è comunicazione, dobbiamo usarne le forme per esprimere e suscitare delle emozioni.

MASINA - A proposito di dimostrazioni io posso capire che sia molto stimolante prendere una pianta da vivaio e impostarla a bonsai, però molto spesso è riduttivo dal punto di vista dello spettacolo. Dal momento che chi va a vedere una dimostrazione bonsai vuole anche vedere qualche cosa che lo stimoli, che lo tenga attento. Dei gesti ripetitivi, come mettere Il filo o toglierlo, molto spesso sono noiosi. Il maestro che fa una dimostrazione tecnica con un rinvaso o la piegatura dei rami e impiega quattro ore, per perfetto che sia il risultato, può diventare noioso. Oppure c'è lo spettacolo, la scena.

Ma c'è anche la giusta via di mezzo e cioè il dimostratore che arriva sul posto con una pianta preparata in precedenza e sa già come deve procedere senza improvvisare per evitare di avere tempi morti. Questi esperti dovrebbero quindi crearsi un vivaio di piante adatte per le dimostrazioni, e dal momento che il bonsai sta crescendo, e sono frequenti tali occasioni, mostre, corsi ecc., potrebbero specializzarsi per svolgerle magari basate solo su un tema, ad esempio il rinvaso o la piegatura dei rami ecc..

BONACCHI- Dobbiamo metterci in testa che ogni dimostrazione si dovrebbe fare nel periodo giusto. E' inutile fare delle cose che sono impossibili per via della stagione in cui ci si trova, solo per far scena. Mettersi a rinvasare nel periodo sbagliato, o comunque fare interventi nel periodo non idoneo, non è certo buona cosa né per l'insegnamento, né per le piante.

Per fare una buona dimostrazione bisogna prendere una pianta che sia per lo meno abbozzata, che sia già qualche anno che si lavora. C'è poi il problema che nella maggior parte dei casi, le tantissime piante che vanno a morire per questi interventi intempestivi non potranno essere riviste per controllare l'evoluzione ed il risultato del lavoro fatto.

ODDONE - Nella dimostrazione ci dovrebbe essere un aspetto didattico, un aspetto spettacolare e soprattutto bisogna sapere cosa si vuoi ottenere. Probabilmente selezionando il tipo di pubblico cambierebbero le esigenze, per cui ad esempio davanti a spettatori impreparati è necessario che la pianta alla fine della dimostrazione appaia sempre “più bella” di come era in principio. L'altro aspetto che io trovo assurdo, è che se si porta una pianta anche un po' preparata, ma comunque se serve a fare spettacolo avrà sempre qualche cosa di eccezionale. Una dimostrazione dovrebbe mostrare come si deve fare, spiegare le tecniche, e lo spettatore dovrebbe essere in grado di riuscire in seguito a compiere le stesse operazioni sulle proprie piante. Un altra soluzione potrebbe essere anche quella di usare la stessa pianta nelle varie dimostrazioni che si fanno in tutto l'arco dell'anno. Si riuscirebbe così a far vedere tutte le evoluzioni della pianta, tutti gli interventi da farsi sulla stessa nel giusto periodo. E' chiaro che di volta in volta la pianta risulterebbe modificata e lo spettatore avrà così la possibilità di seguire le varie fasi. Comunque gli interventi dovrebbero essere fatti sempre dalla stessa persona in quanto ognuno di noi ha la propria visione sulla lavorazione e sul come costruire la pianta.

Sarebbe bene, ora, che ci trovassimo d'accordo sul modo di vedere il bonsai, vedere l'albero e cercare, non dico dl sovrapporre le due Immagini, ma di dare al bonsai una certa verosimiglianza. In genere si parte dall'idea che un bonsai è un albero coltivato bene in vaso e quindi in qualche maniera dovrebbe suscitare emozione suggestione, ecc.. Per ottenere questo credo che devono essere riconoscibili quelle caratteristiche che danno suggestione in modo di poterle trovare vedendo in un bonsai un albero. Però per fare questo bisogna che l'albero in piccolo abbia queste caratteristiche, e secondo me chi fa bonsai a volte, in nome dell'arte, stravolge un po' quest'immagine di albero.