Danilo Bonacchi ci ha preparato una selezione di fronde e foglie di numerose essenze, disposte a gruppi su dei tabelloni bianchi in modo da poter più facilmente distinguere le differenze tra varietà affini. Descriverà di ognuna le caratteristiche salienti utili per riconoscerle ed allo stesso tempo, in base alla sua esperienza, consiglierà l'uso di una varietà piuttosto che di un'altra proprio per le sue migliori attitudini ad essere trasformata in bonsai.

Purtroppo i tempi tecnici del Convegno hanno impedito al Bonacchi di mostrare queste foglie subito, appena arrivato, e quindi adesso alcune di esse si presentano un poco appassite. Comunque la bravura e l'entusiasmo di questo simpatico amico ci consentiranno di sfruttare al meglio questa esperienza. Anche se, con modestia, egli anticipa di pensare che qualcuno magari riderà, o riterrà superflue queste sue precisazioni, vuole anche sperare che a qualcun'altro possano servire. E questa è la verità.

La prima serie di foglie appartiene a quattro varietà di albicocco. Il primo soggetto è un Biricocco . Si tratta di una chimera ottenuta in Italia incrociando un Susino con l'Albicocco. Il frutto è infatti simile ad una piccola albicocca, ma con il colore della susina ed è buonissimo, per cui se non lo si difende dagli uccelli è difficile che lo si possa gustare maturo. La pianta è molto resistente alle malattie per cui c'è il vantaggio di non doversene preoccupare troppo. Le sue foglie sono abbastanza piccole e lo si vede anche dal campione che Bonacchi ha portato, perché tutte queste foglie le ha prese da alberi normali e quindi le dimensioni sono quelle che si riscontrano in natura.

Il secondo soggetto è un Prunus nipponica : un albicocco giapponese le cui foglie assomigliano all'albicocco normale. Fa un fiore rosa doppio, veramente molto bello, ma sterile e non si riesce perciò a farlo fruttificare. La pianta nell'insieme ha un grande sviluppo e cresce molto rapidamente.

La terza essenza è l'Albicocco comune o Prunus armeniaca e dal momento che è universalmente conosciuta non richiede molte spiegazioni.

L'ultimo è il Prunus mume , cioè l'albicocco da fiore giapponese. Fiorisce molto precocemente, verso gennaio e fa delle albicocche molto piccole, grosse come la punta di un dito e di sapore non gradevole. Ce ne sono tre varietà: la prima è il Beni - shitan , i cui fiori sono rossi con i pistilli chiari; ce n'è una varietà coi fiori bianchi e un'altra varietà, sempre con fiori bianchi, ma a vegetazione pendula.

Per far bonsai si potrebbe usare una qualunque di queste varietà. Il Biricocco ha il vantaggio di avere le foglie relativamente piccole e i suoi germogli hanno un colore bronzato molto gradevole. A riguardo del Prunus mume c'è da dire che in genere lo si moltiplica per innesto.

Innestandolo sul S. Giuliano i fiori, specialmente quelli di varietà rossa, sono molto profumati, mentre se innestati sull'albicocco franco, che lo supporta, non lo sono altrettanto.

Altre essenze che vengono presentate sono quattro peri, di cui tre cinesi e uno nostrano. Il primo esotico è un Pirus calleriana : i suoi frutti sono piccoli come il nocciolo di una ciliegia e il fogliame assume dei colori incredibilmente belli durante l'autunno.

Il secondo è il Pirus betulifolia , ragionevolmente simile al primo anche se il bordo delle foglie è meno .seghettato. E' estremamente resistente al freddo e anche questo ha dei bei colori d'autunno. Questo pero produce frutti di una grandezza maggiore, quasi simile ai nostri; però è notevole per la fioritura perché fa grappoli di fiorellini bianchi a stella estremamente decorativi e anche questo ha dei bei colori autunnali.

Il terzo pero orientale è il Pirus pirifolia , che in realtà assomiglia come fogliame al primo che abbiamo visto. Ha una resistenza al freddo fino a circa 30 – 35° sotto zero e ha le foglie molto piccole, la cui colorazione d'autunno parte precocemente dalla fine dell'estate, quindi è molto lunga e molto decorativa.

Il Pirus communis è l'ultima essenza, che però presenta difformità notevoli, nel senso che i soggetti da seme sono il risultato di incroci diversi, quindi con foglie più grandi o più piccole, più o meno tondeggianti: praticamente è molto difficile distinguere una varietà dall'altra.

Seguono due varietà di Carpino, o per lo meno il Carpinus betulus (detto C.bianco) e l'Ostrya carpinifolia (C.nero), che sono simili, ma si differenziano per la forma dell'infiorescenza.

Bonacchi fa presente che esposto in mostra c'è anche un bonsai di Carpinello , cioè il Carpinus orientalis, che si presenta con delle forme intermedie e complica ulteriormente la situazione per quanto concerne il riconoscimento dei diversi carpini. I caratteri differenziali che consentono l'identificazione nel Carpinus betulus sono questi: le nervature delle foglie arrivano direttamente al margine della foglia stessa, mentre nell' Ostrya si suddividono prima di arrivare al bordo.

Nella piccola dimensione del bonsai anche l'osservazione delle sottili differenze è di aiuto, perché altrimenti solo una visione superficiale non consentirebbe una facile separazione dei due tipi.

La pianta che segue è il Ginkgo biloba . Ci sono foglie di un soggetto maschio e di uno femmina, e la differenza che consente una ragionevole possibilità di separazione e di identificazione è dovuta alle incisioni sul bordo delle loro foglie. Il confronto va fatto prendendo in esame un certo numero di foglie di ogni soggetto e allora si vede che mediamente nella femmina il bordo della foglia è meno seghettato, mentre nel maschio le incisioni sono più vistose. Un'altra caratteristica è che in autunno le foglie restano sull'albero femmina più a lungo che nei soggetti maschi. Il Bonacchi ci tiene a precisare che nonostante l'opinione di molti, la struttura dell'albero in realtà non aiuta a distin­guere i sessi, nel senso che ci sono piante, sia maschio che femmina, i cui rami sono indifferentemente assurgenti o orizzontali. Le uniche differenze, sia pur piccole, sono queste che lui ha enunciato, oltre ovviamente al fatto che i soggetti femmina in autunno possono fare i frutti (con il caratteristico cattivo odore). Inoltre, siccome è molto difficile che si arrivi ad ottenere i frutti da un ginkgo bonsai (anche perché la femmina fruttifica solo dopo i trent'anni) evidentemente non resta altro modo per tentare di riconoscere i sessi.

Altre piante di cui ci mostra le foglie sono dei tigli. Uno è il Tilia cord ata, che si trova spontaneo in Italia. L'altra varietà di cui possiamo disporre è il T.platiphilla . Il portamento delle due piante è estremamente simile, però si può notare una differenza: nel cordata, la foglia è verde scura e la pagina inferiore è liscia, invece quella del platiphilla è argentata e pelosetta. Osservando la pianta spoglia nella stagione fredda ci sono ancor meno dubbi, in quanto l'ultima vegetazione è sempre grigia nel cordata, mentre il colore è viola rosso nel platiphilla .

Si procede esaminando delle foglie di Frassino nelle due varietà di ornus e di excelsior . La differenza si distingue bene nel legno maturo, poiché nell'excelsior la gemma apicale è nera e arrotondata, nell'ornus è grigia e leggermente più appuntita; inoltre il Frassino excelsior è un albero grande mentre l'ornus tende invece ad essere un cespuglione; nell'excelsior ogni foglietta della foglia composita è leggermente appuntita, mentre nell'ornus è più arrotondata e forse anche più coriacea.

Bonacchi ci parla anche di un'altra varietà di frassino presente qui in Italia, il Frassino oxicarpa , che si trova nella macchia mediterranea da Livorno in giù e che potrebbe essere molto interessante perché in autunno il legno recente assume un colore violaceo.

Il vantaggio di poter riconoscere le varie essenze durante l'inverno è che proprio in questa stagione si possono semmai raccogliere i soggetti da trasformare in bonsai.

Vediamo ora degli abeti dei generi Picea e Abies . Si distinguono innanzitutto perché le Picee hanno gli aghi pungenti, mentre le Abies hanno l'estremità degli aghi relativamente arrotondata e quindi non pungono. Le Picee hanno le pigne che pendono, mentre le Abies le hanno verticali, all'insù.

Fra le Picee c'è la Picea excelsa che è l'abete rosso, la Picea albertiana , la solita conica; mentre delle Abies abbiamo l'Abies alba e l'Abies pectinata , che però hanno una struttura più rigida e come bonsai non sono tra le più adatte. Un altro aspetto che fa preferire i soggetti del genere Picea è che le loro radici non scendono molto profonde, mentre invece le Abies hanno un atteggiamento fittonante e quindi sono più difficili da raccogliere e da far attecchire.

Si arriva ora alle querce sempreverdi, semi-sempreverdi e caducifoglie europee. La prima nell'elenco del Bonacchi è la Quercus pseudosuber ovverosia la falsa Sughera. Ha un tronco che produce una corteccia sugherosa ma con uno spessore certamente non paragonabile a quello della Sughera vera. La varietà successiva è un Cerro sempreverde probabilmente un incrocio tra un Cerro e una Sughera o un Leccio o qualche cosa di analogo. La Quercus pseudosuber è attaccata dallo oidio. La Quercus hispanica , che è di aspetto abbastanza simile alle due precedenti, non è attaccata dall'oidio. Anche questo diventa un carattere distintivo, dal momento che le cortecce si assomigliano molto.

Bonacchi ci mostra ora un Leccio, ma precisa che può non essere facile riconoscerlo perché il suo aspetto di albero presenta una estrema variabilità di forme, sia nel fogliame che nel comportamento.

Una Quercia con la foglia molto bella, che viene dall'altra sponda dell'Adriatico: è la Quercus frainetto .

Tra le foglie presentate c'è anche quella del Cerro, che si rivela inconfondibile perché ha una forma allungata, stretta, e spesso con i lobi appuntiti, al contrario delle altre querce, che li hanno generalmente arrotondati.

Un'altra quercia interessante è la sessiliflora o Quercus Petrea , ovverosia il rovere. Le sue foglie possono al primo colpo d'occhio assomigliare a quelle della Quercus Robur . In realtà ci sono delle piccole differenze che si possono avvertire: i lobi del rovere sono meno profondi; ma la più grande confusione in questo gruppo si ha proprio perché spesso compaiono degli ibridi, in cui si mescolano le caratteristiche, come tra la Farnia (Quercus robur), il rovere ( Quercus petrea ) e la roverella (Quercus pubescens ). Un carattere frequente nella roverella è che la pagina inferiore è pelosa, nelle altre la superficie è liscia; il rovere ha i lobi non così accentuati come le altre.

Delle piante estremamente interessanti, molto spesso utilizzate per farne bonsai, sono gli aceri, e Bonacchi ha portato tutta una serie di foglie di aceri palmati. Per la loro natura così leggera sono però sfortunatamente più appassite e accartocciate delle altre, tanto da non poter essere identificate e riconosciute con facilità. Quello che si può notare comunque è che pur essendo tutti aceri palmati, ma provenendo da piante da seme, queste foglie raccolte da una dozzina di soggetti mo­strano un dimorfismo anche notevole sia nel numero dei lobi, sia nella profondità delle dentature e persino nella dimensione.

Un'altra varietà di Acero molto usata, anzi famosa, come bonsai è l'Acero tridente o Acero buergerianum , che presenta anche spesso un dimorfismo nelle foglie.

Un altro è l'Acero minore o di Montpelier (Acero monspessulanum ). Assomiglia abbastanza al tridente, infatti ha tre lobi, solo che mentre nel tridente sono in genere acuti, in questo sono più arrotondati. Mentre l'Acero tridente non è spontaneo qui da noi, l'Acero minore si trova diffuso nella parte centromeridionale dell'Italia e nella macchia mediterranea. Anche l'Acero minore assume d'autunno degli interessanti colori sull'arancione, ed è bello che sia un acero nostrano, autoctono.

Bonacchi ci propone adesso il confronto tra due foglie: una di un Acero campestre, estremamente comune, e l'altra dell' Acero truncatum che secondo certi autori dovrebbe essere il miglioramento genetico del primo; ma la differenza è notevole, difatti nel truncatum la forma delle foglie è piuttosto simile a quella del Liquidambar , con i lobi ben separati e molto appuntiti. Nell'uso bonsai il truncatum risulta più decorativo: le sue foglie sono più fini e soprattutto non sono attaccate dall'oidio, mentre il campestre invece purtroppo soccombe spesso a questa infezione fungina; in più il colore autunnale del truncatum è molto vivo, mentre quello del campestre è solo giallo. Intenso, solare, ma giallo.

Un altro utilizzabile per fare bonsai è l'Acero ginnala . Ha anch'esso foglie con tre lobi però generalmente più larghe di quelle dell'Acero tridente e ha un modo di vegetare differente. Rispetto al tridente il suo legno è più scuro, la corteccia è un poco meno lucida, meno grigiastra, e soprattutto, invecchiando, il tronco e i grossi rami si coprono di screziature e screpolature variegate che lo rendono molto interessante e decorativo. Questo Acero ginnala viene dall'Oriente, dalle regioni tra Cina e Corea, prende anch'esso dei colori interessanti d'autunno, ma il suo aspetto più peculiare e invitante resta la corteccia.

Si passa ora ad esaminare una selezione di Prunus e dei Ciliegi da fiore. Quasi tutti sono giapponesi, eccetto gli ultimi due che sono nostrani.

Il primo preso in esame è il subhirtella autumnalis : ha una fioritura che può ripetersi anche più volte durante l'arco dell'anno, con piccole campanule semplici di un rosa pallido. Il periodo della fioritura più cospicua è però appunto quello autunnale, come dice il nome, e dura da fine settembre/ottobre fino a febbraio/marzo. Bonacchi ci presenta ora quattro varietà del ceppo subhirtella , che sono quelle che hanno le foglie più piccole e con i fiori più delicati che si possa immaginare, tutti adatti per farne bonsai, naturalmente. Producono anche delle piccole ciliegie con il picciolo molto lungo, ma grandi in tutto come il nòcciolo di una delle nostre ciliegie.

Un'altra varietà è l'holly-jolivet , con dei fiori a campanella lunghi un centimetro, di un rosa forte, e foglie piccolissime. Fukubana è la varietà successiva. Questo tipo di pruno da fiore ha una chioma molto densa quindi appare molto verde, e su questo sfondo risaltano dei fiori a stella gradevolissimi.

Si passa poi al Prunus incisa , che è precoce ed incomincia a fiorire all'inizio di marzo con un fiore semplice rosa, bellissimo. Il tronco è molto interessante perché la corteccia si sfalda.

Un altro ancora è il Prunus conradine , usato d'abitudine come portainnesti per i Prunus giapponesi però è anche molto bello lui stesso come bonsai, con dei fiori a cinque petali lunghi e sottili.

Una varietà con un portamento piuttosto fastigiato è il Prunus subhirtella “Pandora” e può servire solo se si vuole fare un bonsai di questo tipo cioè coi rami rivolti all'insù: in compenso si copre letteralmente di fiori rosa.

Una vecchissima varietà giapponese è il Prunus iezoensis , che presenta una fioritura molto bella. Il Prunus sargenti assomiglia molto al ciliegio nostrano e diventa un albero di dimensioni ragguardevoli se coltivato spontaneo: fa dei fiorellini rosa ed è assai bello in autunno perché il suo fogliame acquista un colore rosso vivo.

Un altro, anche molto interessante è il Prunus tomentosa o Ciliegio di Nanchino, con una corteccia che si sfalda longitudinalmente: fa fiori molto precocemente, il secondo-terzo anno, cui seguono dei frutticini rosso vivo, praticamente senza picciolo, molto interessanti.

“Okama” è il nome dl un Prunus ottenuto dall'incrocio di un incisa con campanulata e fiorisce in genere precocemente a marzo: che sia freddo o no. I fiorellini sono a campanella e fittissimi.

Il Prunus hillieri è stato selezionato da Hillier e la sua vegetazione nuova ha un colore interessante. Il più bello però per la corteccia del tronco è il Prunus serrula : lo strato sotto la corteccia è color rosso bronzo vivo, bellissimo e i suoi fiori sono bianchi rosati semplici.

Arrivando ai ciliegi nostrani, abbiamo il Prunus cerasus che è la marasca, e vicino a questa le foglie del Prunus avium . Per l'uso bonsai il cerasus si presta meglio; intanto perché le sue foglie seno un pochino più piccole, e poi la sua ramificazione è facile da infittire, mentre il Prunus Avium , il ciliegio comune, è molto rigido e non è facile ottenerne una struttura corretta. Il vantaggio di usare questi ciliegi nostrani è che si fanno facilmente da seme e non serve fare degli innesti o laboriosi interventi per moltiplicarli. Per le varietà giapponesi di cui si è parlato, uno dei vantaggi è che se ne possono fare talee molto facilmente e così si evitano i problemi della giunzione tra il portainnesti e la marza, che in un bonsai potrebbe risultare antiestetica.

Margotte e talee possono radicare in trenta-quaranta giorni, senza grandi problemi.

Il Bonacchi ha finito tra gli applausi la sua apprezzata esposizione. Grazie alle sue conoscenze botaniche di vivaista e alla sua esperienza bonsai, ci ha insegnato a identificare tante varietà adatte alla nostra coltivazione, e ne ha illustrato pregi e difetti.