CAROLINA PIRIS

Nata a Santander nel 1942, si avvicina al bonsai nel 1979, dedicandosi alla ricerca e sperimentazione del bonsai con piante autoctone, seguendo le indicazioni del suo primo maestro Dao Mizono. Lavora la ceramica costruendosi i contenitori adatti. Nel 1985 può già vantare una carriera intensa di attività didattica con la partecipazione a congressi, conferenze, dimostrazioni ed esposizioni personali, principalmente nella regione Cantabrica, ma anche altrove. Al momento conduce un vivaio in cui coltiva circa un migliaio di piante in trattamento bonsai. In coincidenza con la sua prima esposizione a Santander istituisce nel 1986 una scuola di bonsai frequentata ogni anno da molte persone. Nel 1988 contribuisce alla fondazione della Associazione Cantabrica di bonsai, della quale è l'attuale Presidente.

Partecipa a tutti i Congressi EBA e collabora a quelli della Federazione Spagnola. Dimostra in una composizione di paesaggio a Valencia nel 1989. Nel 1990 esegue una dimostrazione con Jorge Penalba e collabora con Dan Barton. Nel 1991 tiene una dimostrazione con Quercus coccifera e dirige un laboratorio. Da questa data incomincia ad occuparsi principalmente di paesaggi bonsai. Nel 1991 è in Giappone, invitata come professionista per partecipare a dei corsi patrocinati dalla Prefettura di Setagaya (Tokyo). Lo stesso anno apre una attività commerciale di bonsai a Santander, dove tiene anche una scuola. Collabora con la rivista Bonsai Actual e con altri mezzi di informazione per la diffusione del bonsai.

Spiega che per la costruzione di piccoli paesaggi con sassi e bonsai, utilizza molto sovente delle lastre di pietra, sulle quali allestisce le sue creazioni e supera l'inconveniente della mancanza di un bordo, che trattenga il terriccio, le piante, i sassi e tutto quel che serve, creando con dell'argilla impastata una specie di muretto.

Quando si innaffia c'è però il rischio che l'acqua debordi ed eventualmente rovini mobili ecc.: l'unica soluzione che salva piante e mobili è quella di tenere queste composizioni fuori casa, in prossimità di una finestra e godersele lasciandole all'esterno.

Nella scelta dei sassi da utilizzare per costruire tali paesaggi è importante tener conto di quale “atmosfera” gli si vuole dare: se un rocciosa e battuta dal vento oppure quieta. I sassi dovranno perciò avere la forma che meglio caratterizzi un ambiente ventoso piuttosto che uno tranquillo.

La Piris, che vive in Cantabria in un luogo aperto sull'Atlantico e quindi molto ventoso, conosce bene questi scenari ed assicura che l'uso di materiale adeguato è importante per aumentare la credibilità del paesaggio in miniatura. I sassi che ha qui a disposizione (si tratta di pietre porose tipo pomice) sono tondeggianti e non hanno nulla che faccia pensare a luoghi ventosi.

Siamo abituati a vedere i sassi appoggiati piatti sul terreno, in una posizione “quieta”, però nel creare un paesaggio è più efficace usarli mettendoli verticali, in modo da trarre un maggiore contrasto dalla loro forma. Il profilo del paesaggio ci guadagna, ha più carattere.

In questo caso, dato il materiale a disposizione, i sassi danno l'idea di forza, di potenza, di fermezza. Gli alberi invece hanno un tronco sottile. La Piris afferma che questa contraddizione si presta bene a dare un certo carattere al paesaggio che si accinge a comporre.

Data la stagione non è conveniente intervenire sulla zolla, per cui cercherà di utilizzarla tale e quale inserendola in fessure lasciate ad arte tra un sasso e l'altro. Questo darà alla fisionomia del paesaggio un alto rilievo, in quanto i sassi messi diritti e l'albero principale messo bene in vista, in modo che siano ben riconoscibili il tronco e le radici, renderanno l'immagine di questa scena sopraelevata rispetto al contenitore.

Molto saggiamente la Piris decide di applicare il filo per educare la pianta nella forma voluta, prima di ridurre la zolla, anzi prima addirittura di tirarla fuori dal contenitore. In questo modo non c'è il rischio che la manovra per applicare il filo sul soggetto e le torsioni necessarie per educano alla nuova forma disturbino troppo l'apparato radicale, e. la pianta non ne soffrirà. Questo richiede naturalmente di assemblare prima l'insieme delle varie parti sulla lastra per simulare il risultato che si vuole raggiungere e farsi bene un'idea degli interventi da compiere, e poi smontano nuovamente per lavorare le piante a parte.

La Piris incoraggia a fare domande mentre lei lavora, e spiega che le piante che utilizza d'abitudine sono querce, faggi, lecci, lauri: tutte piante assai diffuse nella sua zona, tipiche della macchia mediterranea o atlantica: piante che vivono in un ambiente perlopiù molto ven­toso e assumono di conseguenza delle forme interessanti e vivaci. In questo caso invece utilizza degli olmi a foglia molto piccola con una struttura assai fine. Si tratta di prebonsai che lei adatterà alle sue esi­genze, modificandone la struttura, in particolare, proprio per suggerire l'idea del vento.

Col filo è possibile piegare il tronco e abbassare i rami della pianta secondo la forza de! vento, per rendere più manifesta la sua azione e più credibile quindi l'immagine del suo paesaggio. E' naturale che la direzione e l'intensità di questo vento immaginario darà al paesaggio che si vuole creare una fisionomia particolare, per cui la vegetazione sarà più ricca da una parte, mentre dove il vento turbina sarà più vuota e si dovrà lasciare uno spazio libero. Il vuoto praticamente sta dietro la pianta rispetto a dove batte il vento.

Un aspetto insolito nel modo di lavorare della Piris è che taglia i rami e li sagoma prima di aver dato loro la posizione col filo.

La struttura del soggetto principale ha due rami abbastanza simili come dimensioni, e allora per una questione di proporzioni bisogna tagliare in modo da rendere quello più in basso decisamente più piccolo dell'altro. D'altronde il vigore della piantina è tale che nel giro di qualche anno l'infittimento della vegetazione sarà completo. L'evoluzione richiesta perché questo paesaggio arrivi ad avere la sua immagine migliore è infatti di quattro - cinque anni.

La Pinis ha trascorso qualche tempo in Giappone presso un maestro bonsai, che le ha fatto questa raccomandazione: “Bisogna sempre avere a cuore la natura del bonsai”, cioè cercare di immedesimarsi in quello che è l'essenza della pianta. Il tenerla a mente, col tempo, le ha dato anche la possibilità di superare un certo timore a tagliare, perché quando s'impara a conoscere la natura della pianta, si acquista anche la certezza di non danneggiarla e di fare anzi, ciò che serve perché diventi sempre più bella. Dato che è preferibile una strut­tura povera di rami principali, bisogna quindi avere il coraggio di semplificare; successivamente la vegetazione fine darà la necessaria densità.

A nostra disposizione abbiamo due sassi e due alberi e ciò darebbe al paesaggio una simmetria ben poco originale, anche se è possibile ad esempio spaccare un sasso, e con una scheggia rendere più irregolare la struttura. Lo stratagemma però è quello di creare un piano inclinato con la terra e coprirla con l'erba in modo da non rendere così evidente il fatto che i sassi sono solo due: si crea cioè un diversivo e si ottiene uno scenario un tantino diverso. Si riesce così ad identificare un primo livello costituito dalla cima degli alberi, un secondo livello con la cima dei sassi, e un terzo livello, che è il piano del terriccio nel vaso.

Dovendo sottoporre un tronco di una certa dimensione a torsioni piuttosto intense preferisce cautelarsi, sovrapponendogli della rafia prima di applicare il filo, in modo da evitare rotture.

A chi voglia dedicarsi alla costruzione di questi paesaggi in miniatura la Piris raccomanda di guardarsi intorno durante le passeggiate, e raccogliere sassi con forme o colori eventualmente interessanti, per accumulare una certa quantità di questo materiale ed averlo a disposizione quando occorre. Nel suo giardino lei dispone questi sassi e li lascia alle intemperie in modo che “maturino” una certa naturalezza nella posizione migliore.

Il substrato sul fondo del recipiente della lastra deve essere adatto alla particolare situazione: l'akadama ad esempio non è molto indicata perché è grossolana e non trattiene acqua a sufficienza. Conviene invece un terriccio più ricco di argilla e di altro materiale che trattenga l'umidità. Analoga considerazione vale per quel che concerne la superficie del paesaggio.

Riguardo alla struttura delle pianticelle da mettere nel paesaggio la raccomandazione è quella di tenere presente che se in origine hanno troppi rami, nel giro di poche stagioni la loro chioma si trasforma in una massa informe e troppo fitta, per cui bisogna sapere diradare a sufficienza in modo da ottenere un risultato gradevole anche a distanza di tempo.