Professore nella Scuola di Giardino e Paesaggio Castillo de Batres per il 1984-85. Fondatore ed insegnante nella Scuola bonsai Luis Vallejo.

Struttura ed organizza delle mostre di bonsai nel padiglione Villanueva del Giardino Botanico Reale. Specialista nella raccolta e lavorazione di piante autoctone. Direttore tecnico dei vivai Francisco Vallejo dal 1978 al 1983. Responsabile della collezione bonsai del Palazzo della Zarzuela e del Palazzo de la Moncloa. Raccolta di alberi sulla catena dell'Atlante per conto di S.M. Re Hassam II° del Marocco. Nel 1991 organizza delle dimostrazioni pubbliche e private tenute da Masahiko Kimura. Nel 1991 visita i vivai del Giappone partecipando a laboratori tenuti da S. e H. Kato, Kimura, Takeyama, Kaneko e Yamada. Nel 1992 effettua una dimostrazione come rappresentante dell'E.B.A. al Congresso dell'A.B.A.N. Dal 1984 esegue dimostrazioni in tutta la Spagna e collabora con la rivista Bonsai Actual.

Ad Arcobonsai 93 si accinge a lavorare un pino mugo.

Esordisce spiegando che in linea di massima per cominciare bene il lavoro bisogna conoscere l'albero con cui si ha a che fare, conoscerne il comportamento fisiologico, la capacità di germogliare, lo stile con cui ramifica, il modo di rispondere agli interventi, ecc. tener presente quindi l'aspetto funzionale della specie, prima di preoccuparsi del lato estetico, nella elaborazione della pianta.

La prima cosa che nota è che la corteccia di questo pino ha un carattere giovanile: è ancora sottile, non è rugosa. Il disegno del futuro bonsai dovrà tener conto di questa caratteristica, e dovrà quindi essere semplice e non creare immagini di albero troppo vecchio. Evitare perciò rami morti e cose del genere, rami sbiancati e scortecciati che sono tipici di soggetti molto elaborati e soprattutto molto vecchi.

Un'altro aspetto della lavorazione bonsai che richiede molta attenzione è la ricerca e il rispetto della scala. Solo in questo modo si avrà un risultato corretto e coerente con quella che è la suggestione che si desidera cercare. Insiste che una delle maggiori difficoltà è proprio quella di ottenere la scala, cioè delle buone proporzioni tra l'altezza e la larghezza della pianta nello spirito del soggetto che si vuole realizzare. Tener quindi conto dello spessore del tronco e usarlo come riferimento per un risultato ottimale.

In questo soggetto il tronco sale diretto per un tratto, poi c e una biforcazione piuttosto importante, si presentano due rami con direzioni diverse. L'attenta osservazione è importante perché infatti, mentre ad una prima occhiata sembrava che fosse interessante usare la chioma, tutta la parte alta del soggetto, ora l'aver messo in evidenza questa biforcazione costringe a cambiare idea e immaginare un progetto di bonsai completamente diverso.

Si scopre anche una diversa densità nella vegetazione, e anche di questo fatto bisogna tener conto e sfruttarlo per ottenere un buon risultato.

Una possibilità, ad esempio, a causa della biforcazione, sarebbe quella di costruire un bonsai a due tronchi. Agli occhi di un profano un alberello come questo potrebbe già apparire grazioso, ma per un bonsaista naturalmente è importante invece intervenire sulla sua forma, produrre forse qualche lesione alla pianta, ma allo stesso tempo darle un immagine esteticamente più interessante.

Vallejo è dell'opinione che giovi fare un disegno prima di iniziare il lavoro per avere le idee chiare su quello che si intende ottenere, e procedere soltanto quando si è concepito un progetto gradevole, evitando di andare avanti coi paraocchi e semplicemente tagliare, tagliare. Dopo tutto questo è anche un trucco per evitare di mettere troppo filo, o per lo meno di metterlo dove poi non serve e dover tagliare in un secondo tempo ramo e filo inutili. Un idea chiara del lavoro da compiere serve anche a stabilire una giusta e corretta successione degli interventi.

Nel pulire il soggetto dalla vegetazione vecchia emerge il fatto che una parte che si intendeva tagliare via è in realtà così ricca di ramificazione che vale la pena trasformarla in un jin, reso più interessante conservandogli alcuni corti mozziconi dei suoi piccoli rami. La presenza di questo jin contrasta però ora in parte con l'opinione espressa prima, cioè che avendo quest'albero una corteccia relativamente levigata gli giovava un immagine non troppo invecchiata. Il jin tuttavia è invece bello e accattivante: vuol dire che lo si terrà, considerando che col passare del tempo la corteccia avrà il modo di invecchiare e di inspessirsi.

Vallejo ricorda che siamo all'inizio di giugno, e poiché in questa stagione le conifere sono ricche di linfa circolante non sarebbe il momento ideale per intervenire. Scherzando allora dice che dal momento che Arco gli piace vedrà di fermarsi tre o quattro mesi per poter procedere nella lavorazione in modo corretto.

In realtà, data questa circostanza, sarà prudente intervenire un poco su tutti i rami, in modo che la pianta non senta troppa differenza tra quelli che sono stati lavorati, e quindi presentano una certa difficoltà alla circolazione della linfa, e gli altri che, intatti, possono apparire da privilegiare da parte della pianta. I rami danneggiati correrebbero infatti il rischio di essere “dimenticati” in questa stagione più che in altra.

Di grande importanza agli effetti della bellezza della pianta, della sua fisionomia, è il rispettare dei buoni ritmi tra i pieni e i vuoti, cioè il peso ottico della vegetazione e gli spazi tra un palco e l'altro. Una tale ricerca della disposizione dei rami contribuisce altresì ad aumentare la credibilità del bonsai, perché vi si ripete quello che avrebbe fatto veramente nel crescere una pianta in natura per esporre al meglio la sua chioma alla luce.

Con due disegni Vallejo mostra le possibili alternative per la forma della chioma: una tondeggiante, relativamente banale, ed una invece in cui la chioma è più mossa, dove appunto risaltano i pieni e i vuoti, con degli spazi tra la vegetazione. E' evidente che questa seconda forma è assai più interessante. Stabilite quindi queste cose e lo spirito della piante che dovrà emergere dalla lavorazione, Vallejo si dedica all'applicazione del filo. Per renderla più rapida asporta buona parte degli aghi vecchi, ottenendo così due risultati: quello di semplificare il lavoro di educazione dei rami, nel senso .che manca l'impiccio degli aghi, e nello stesso tempo di provocare un impoverimento del verde che stimoli la pianta a produrre nuova vegetazione. Quest'ultimo vantaggio deriva dal fatto che dopo la sottrazione del verde la pianta tende a ripristinano, ed inoltre che dove la chioma è poco fitta arriva la luce a stimolare la nascita di nuovi germogli.

Dopo queste premesse Vallejo si è tuffato nel lavoro, quindi ha accorciato ed educato i rami dove era necessario e in un paio d'ore il soggetto ha preso forma, con grossa soddisfazione di chi assisteva all'operazione.