Mentre, specialmente da principianti, si raccolgono piante che forse si potevano anche lasciare, ora ho imparato a stare molto attento e raccolgo le piante che veramente meritano, ma questo comportamento lo si acquista solo con l’esperienza
Per la concimazione, d’autunno metto sopra il terriccio dei vasi un poco di letame molto maturo, per creare un substrato favorevole allo sviluppo dei microrganismi; poi in primavera do un poco dl humus dl Lombrico. Per la protezione invernale intervengo di regola mettendo al riparo solo le piante veramente sensibili al gelo:
Costruisco allora un tunnel in plastica, apribile ai due lati per la ventilazione, tutte le altre piante sono lasciate all’aperto, cosa che talvolta ha comunque portato degli inconvenienti, perché quest’anno infatti alcune querce non si sono svegliate.
Molte delle mie piante sono state raccolte nel loro ambiente e solo un po’ tagliate per adattarle al vaso di coltivazione.
Ecco un larice, un gruppo di zelkove, un’azalea messa su roccia.
Anche le caducifogle possono crescere su roccia, però è indispensabile che le radici peschino in un polmone dl terra sottostante nel vaso, mentre alcune conifere si possono semplicemente collocare su lastre dl roccia lavica.
Questo è il compagno dell’acero che ho portato qua. li ficus può stare con la zolla appoggiata sulla roccia e con parte delle radici scoperte. Biancospino, altri larici, un acero abbastanza interessante. Questa è una talea di acero tridente, che avrà una ventina d’anni, uno dei primi Aceri burgerianum che ho visto.
La roccia usata per un ishi-zuki può essere un blocco di lava su cui vengono piantati gli alberi, è proprio solo roccia, non c’è altro: sul dietro però c’è un piccolo polmone di terriccio lungo dieci centimetri e profondo sei o sette, In cui le radici vanno poi a pescare acqua e nutrimento.
Di una criptomeria che ha sofferto nei 1985, sono restati vivi solo due rami bassi, l’ho chiusa allora in un sacchetto di plastica; dai rami sono spuntate le radici che si sono allungate lungo il tronco, quindi ciò che ora si vede sono le radici di quei due rami che ho ricostruito usando poi come cima la parte che esce dietro la parte secca, Un faggio dal tronco abbastanza interessante e un olmo. Il bosco di ginepri è stato fatto con Naka nell’86.
Il gruppo di abeti rossi è uno di quei cosiddetti boschetti “aperti”, che cioè lasciano immaginare un qualche cosa. Li nel centro del terriccio c’è un avvallamento che fa presumere la presenza di un laghetto, l’abete rosso più grosso taglia un po’ diagonalmente l’insieme della composizione e passa sopra questo laghetto Immaginarlo.
Un faggio decisamente interessante ha il tronco che alla base misura un diametro di circa 18 cm. e la sua altezza raggiunge gli 80 cm, gli aceri, li tengo abbastanza all’ombra nella parte nord della casa. In montagna raccolgo delle sassifraghe: sono varietà di diversi tipi, che si trovano nelle nostre zone. L’acero “cappadocicum” lo consiglio come pianta molto interessante per la colorazione delle foglie, che possono anche rimpicciolire dl molto, Merita prendere in considerazione anche certi giunchi (Juncus spiralis) che crescono attorcigliandosi come cavatappi. nel ‘70 ho seminato un acero campestre, e siccome a quel tempi non c’erano molti esempi da seguire, e poiché mi piacevano le “rocce”, ho poi messo su una di quelle pietre bucate dai cannolicchi, che esteticamente sono schifose; per fortuna che le radici poi ne hanno coperto la superficie. Un altro faggio molto bello è ancora in lavorazione. E‘ alto non più di 80 cm. ed ha decisamente una grande potenzialità. Degli equiseti si possono usare come piante di compagnia. Un olmo, porta visibili i segni di dove il suo tronco è stato mozzato, e si riconosce la parte che è stata ricostruita poiché la chioma è molto più liscia. L’ampia ferita è stata collocata nella parte posteriore in modo da nasconderla alla vista, mentre il ramo guidato all’insù come proseguimento del tronco si è già ingrossato tanto da rendere evidente una buona conicità. Ho raccolto un Carpino nero (Ostrya carpinifolia), dl cui ho dovuto mozzare il tronco, e anche la sua ferita adesso si è chiusa perfettamente. La vegetazione poi è molto Interessante, dal momento che saranno quindici anni che il soggetto vive nello stesso contenitore, senza essere mai stato rinvasato, e tutti gli anni fa due foglioline molto ravvicinate e storte. Un altro faggio ha una potenza notevole: sono quattro tronchi, anche se quattro dicono che non va bene. Il problema di un altro faggio è che vive in un vaso di un metro e dieci, mentre lo sviluppo della sua notevole ramificazione è di circa due metri; ed è per questo che gli ho messo sotto una grande lastra di pietra per ampliare lo spazio per le radici, perché mi sembrava proprio in una “scarpa” stretta. Di un abete rosso raccolto, dopo averne accorciato il tronco, ho tirato su il ramo laterale con cui ho ricostruito la chioma
L’acero minore (Acer monspessulanum) secondo me è splendido, l’unico inconveniente è che produce sempre le ramificazioni ad angolo retto fra di loro. E’ un po’ disordinato, però ha delle colorazioni autunnali e, a mio avviso, anche le foglie meglio dell’acero tridente. Inoltre questa è una pianta nostrana. La pianta è stata raccolta in natura: era stata spaccata in due, ed allora ho eliminata una parte, e usata l’altra per farne un bonsai.
Di un ginepro, uno dei più vecchi che ho, devo rivedere la forma.
Degli abeti rossi, alti un metro e mezzo, li ho fatti stare, tredici o quattordici, in un vaso ovale lungo circa 60 cm, sono collocati talmente vicini da stupire, e nel poco spazio non c’è quasi più terra. Ho costruito è un blocco di lava, unendo diversi pezzi, e negli anfratti ho sistemato degli abeti rossi, che dieci anni fa erano alti sette - otto cm. e sono cresciuti un po’ disordinati perché hanno preso così, tutti insieme, e non sono stati guidati.
Alcuni pini silvestri, alti venti centimetri, hanno esattamente ventisette anni di vaso.
in una scarpata, ho visto un biancospino con tutte le radici fuori, l’ho raccolto e l’ho ripiantato, poi ho fatto sparire una radice all’anno, mantenendo soltanto quella più grossa e sono arrivato ad ottenere come risultato un “iterati” molto particolare.
Su dì un pino silvestre, una pianta da vivaio, ho fatto per tre anni un esperimento, per vedere se torcendo all’altezza degli internodi in un senso e nell’altro, succedeva qualcosa. Non è successo assolutamente niente.
E’ tre anni che ho una quercia, che sto ancora lavorando perché è abbastanza notevole come quercia, e date le dimensioni della base del suo tronco spero che venga bene.
In mostra c’è un acero che io ho costruito in sette anni; le pietre su cui è abbarbicato non sono giapponesi, bensì ottenute agglomerando dei materiale sedimentario nostrano. Per realizzare questo ishi-zuki a suo tempo sono partito con un vaso di plastica alto, in fondo al quale ho messo uno strato di terra buona, poi ho adattato le radici della talea alla roccia. Dopo aver avviluppato questa composizione con della plastica sottile l’ho “affogata” nella sabbia dentro al vaso, infine il tutto è stato interrato e lasciato crescere così per quattro anni. Nel frattempo le radici sono uscite e la pianta è diventata altissima, con un bel tronco; al quarto anno ho estratto il soggetto dal vaso e ne ho ridotto tutta la parte superiore, lasciando solo la struttura dei rami, come ho tagliato la parte delle radici e messa in vaso basso.
Un’altra pianta interessante è un albicocco, che tutti gli anni fruttifica, anche se non è tanto interessante per la fruttificazione quanto per la fioritura. Questi albicocchi infatti fioriscono ai primi di aprile, e forse anche prima, restando fioriti circa quindici o venti giorni ed offrendo uno spettacolo veramente bello.
Riguardo alle conifere, adesso seguirò letteralmente quello che ha detto Parolari prima, che per me è stato molto interessante.
lo sono appassionato di ficus, Ne ho circa una trentina di varietà diverse, che mi sono state date da Paccagnella, persona che io ricordo veramente con grande rispetto.