Vorrei proporvi uno studio approfondito della situazione radicale nel bonsai. Osserviamo una sezione verticale della radice e poi anche una sezione orizzontale. Nella zona centrale c’è la parte in cui sono raccolti dei “tubi’ che trasferiscono la linfa grezza. Nel caso dei pini bisogna ricordare che questi tubi sono settati: la circolazione dell’acqua vi è quindi più lenta e questo è il motivo per cui l’inverno resistono con le foglie, a differenza delle latifoglie che viceversa le perdono. Qui abbiamo il passaggio della linfa grezza, che trasporta disciolte nell’acqua le sostanze nutritive, di cui le principali sono l’azoto, sotto forma nitrica, Il fosforo, sotto forma dl acido fosforico ed il potassio, sotto forma di ione potassio.
Quando queste soluzioni circolanti presenti nei terreno sono a contatto dei pelo radicale possono penetrare nella radice, trasferendosi poi da cellula a cellula, oppure seguendo un percorso al perimetro delle cellule, Sono i due meccanismi che sono stati scoperti nell’assorbimento.
Nella zona ad anello più esterna alla precedente viene trasferita la linfa elaborata; ovvero quella linfa che arriva grezza a livello fogliare, attraverso il processo fotosintetico, viene arricchita di sostanze organiche e poi trasferita verso Il basso. E’ un fenomeno importantìssimo, tanto è vero che se voi asportate un anello circolare di corteccia ad una pianta, la pianta finisce col morire, perchè in quella zona dove voi avete tolto la corteccia, si interrompe la discesa della linfa elaborata, e le radici muoiono per mancanza di nutrimento.
Poi abbiamo l’endoderma, che è una sorta di manicotto cilindrico con una, funzione molto specializzata: consente l’ingresso in direzione trasversale alle sue pareti delle sostanze nutritive, che possono quindi penetrare solo normalmente al cilindro, mai lungo il cilindro stesso. Grazie a questo la pianta può esercitare un severo controllo per evitare l’ingresso di tossine, di organismi patogeni e soprattutto dl sostanze che possono essere nocive, Il sodio, per esempio: se la pianta cresce in una zona salmastra il sodio rappresenta un pericolo; sfrutta allora la barriera costituita da questo endoderma che ne controlla l’ingresso. Qua e là l’endoderma si può interrompere, generalmente per far “uscire” una nuova radice, che si sviluppa in direzione laterale.
La struttura di questa nuova radice riproduce esattamente quanto vi sto descrivendo.
Anche in essa si formano dei tubicini che trasferiscono la linfa grezza, che si collegano con quelli preesistenti, e così per gli altri tessuti in cui scorra la linfa elaborata, mentre alla sua superficie si formano i peli radicali, che hanno una funzione fondamentale per la nutrizione vegetale.
Li periciclo è quel tessuto che consente lo sviluppo in diametro della radice.
All’estremità di ogni radice abbiamo una “cuffia radicale” che è una specie di cuneo utilizzato per penetrare nel terreno e dove esiste un meristema, che consente l’allungamento della radice.
Questa descrizione schematica serve per dialogare in seguito e comprendere il meccanismo del processo di assorbimento e di traslocazione.
Adesso vediamo come entrano fisicamente queste cosiddette sostanze nutritive, innanzitutto nel passato c’è stata una discussione sulla interpretazione di tale processo, che è durata parecchie centinaia d’anni. C’era la teoria degli “humisti”, i quali si riferivano alla presenza nel terreno degli acidi umici, cioè quelle sostanze brune che possono essere estratte mettendo il terreno a contatto con l’idrato sodico. Gli humisti pensavano quindi che le piante si nutrissero di quelle sostanze, anche perché concimando il terreno si vedeva che le piante miglioravano nel loro sviluppo.
Poi c’erano i “mineralisti”, secondo i quali le piante non “mangiavano” quelle sostanze, bensì le sostanze minerali.
li Liebig è stato il primo che ha dimostrato ormai definitivamente che le piante si nutrono dl sostanze minerali. Però, come sempre quando si fanno delle divisioni, madre natura non le ama. 5piegherò infatti che ci sono delle situazioni in cui anche le sostanze organiche sono fondamentali.
Nella radice, ovvero a livello del pelo radicale, l’assorbimento si verifica secondo tre differenti meccanismi. A contatto della membrana della cellula, alla sua parte esterna, c’è il terreno e le soluzioni circolanti. Ho qui una goccia d’acqua che contiene per esempio del calcio, del potassio e contiene un nitrato. Venendo a contatto con il pelo radicale ecco i tre differenti meccanismi) i pori permettono l’ingresso del potassio.
Poi (siete mai stati al ristorante dove c’è una ruota: i cuochi dalla parte di là mettono Il cibo, la girano e qui si ritira il cibo) esiste una analoga “ruota”, che non si muove però passivamente, ma con un consumo energetico. Ciò avviene grazie ad una sostanza ad alto contenuto energetico, questa sostanza , mediante una fosfatasi, viene trasformata, facendo girare la ruota, in ADP, mentre una molecola di fosforo viene liberata, L’energia che si libera da questa reazione è utilizzata dalla pianta per espellere un ione di idrogeno. Se infatti entra una carica elettrica positiva il processo rischia di sbilanciare le cariche presenti nell’interno della cellula, e questo non può avvenire perché diversamente essa diventerebbe una specie di serbatoio elettrico. Pertanto come entra una carica positiva, esce un’altra carica positiva. Nel caso dei nitrati invece, entra una carica negativa ed anche una positiva, oppure un ione idrogeno, in modo tale che la neutralità elettrica è mantenuta, cosa che è molto importante.
Infine c’è il processo chiamato “pompa a idrogeno”, che completa l’insieme dei tre meccanismi del trasferimento delle sostanze nutritive. Anche questo meccanismo è assai importante perchè se si immagina una radice, diciamo ad esempio di una pianta acidofila, essa non potrà assolutamente vivere in presenza di calcio, i suoi apparati di assorbimento sono infatti strutturati per funzionare con un eccesso dl idrogeno. Se io metto dei calcio vicino, la pianta è costretta ad assorbirlo, ma evidentemente questo assorbimento produce una alterazione all’interno della cellula con una cascata di gravi fenomeni (che sono ormai chiari, ma diventano sempre più complessi da spiegare).
Questo meccanismo è fondamentale, e spiega perché dobbiamo rispettare le esigenze naturali delle conifere, che ad esempio vivono in terreni acidi o dl certe latifoglie, che prosperano in terreni neutri, mentre alcune piante possono addirittura vivere in terreni salmastri, come il pomodoro. Perché in Italia si coltiva il pomodoro? Guarda caso perché abbiamo dei terreni costieri salmastri dove il pomodoro vive egregiamente. Tutte queste notizie sono importantissime per avere un quadro generale e per acquisire quella sensibilità utile alla comprensione dei fenomeni che si verificano in un bonsai. Ecco perchè uno deve imparare a scoprire la relazione di causa ed effetto; quando arriva a quella sensibilità diventa una persona idonea alla coltivazione bonsai.
DOMANDA:Qual è il meccanismo chimico per cui la presenza dl calcio disturba le piante acidofile
RISPOSTA: nei terreno delle acidofile il calcio non c’è, o ce n’è talmente poco che non disturba. Quando ce n’è troppo interferisce con questi meccanismi perchè la pianta deve continuare a spendere energia per ripristinare l’equilibrio elettrico, quindi la pianta va in carenza.
DOMANDA: Perchè io zolfo rende acido il terriccio.
RISPOSTA: Lo zolfo dà origine ad acido solforico con un processo piuttosto lento. Va detto che in pratica non sempre si ottiene un buon risultato, perché ci sono dei sistemi tampone che si oppongono alla acidificazione dei terreno. Prendi un terreno neutro: prima di poter cambiare il pHi di quel terreno devo mettere tanto di quell’acido solforico che esso diventa Inospitale per la pianta. Tanto vale in questo caso prendere il cosiddetto terreno da brughiera, quello che troviamo intorno all’aeroporto Malpensa, dove cresce il brugo che ha esigenze specifiche di terreno acido, ed acido veramente. Siamo addirittura a pHi 4 in alcune zone.
DOMANDA:E’ bene usare la kanuma per le piante acidofile
RISPOSTA:L’acidità della kanuma è un’acidità di tipo chimico, e non biologico, mentre c’è anche una acidità biologica, dovuta alle sostanze escrete dalle radici acide. Prendiamo ad esempio l’erica. Un’erica potrebbe crescere molto bene vicino ad una camelia, ma non vicino ad un faggio, che cresce in un terreno pressoché neutro.
Verso Natale vengono vendute delle eriche, che giungono dalla Germania, fiorite in modo stupendo. Provate a farle sopravvivere. Quel pane di radici che hanno formato è talmente fitto e le radici sono addirittura quasi (e questo mi serve per dire che coi bonsai non bisogna arrivare a quel livello) innestate l’una con l’altra, che l’assorbimento è estremamente ridotto. L’affastellamento della radice porta come causa finale la diminuzione della superficie di contatto. Una radice normale ha possibilità di contatto con particelle di terreno: in caso di affastellamento e dl coniugazione delle radici tale possibilità diventa minima, la pianta va in crisi alimentare e quindi non può sopravvivere. Ecco dov’è la spiegazione profonda. L’erica ha questa brutta abitudine di crescere soprattutto con tale tipo di radici, e un procedimento innaturale di coltivazione, cassoni caldi e alimentazione minerale piuttosto elevata, non fa che promuovere un tale fenomeno, cosa da evitare nei bonsai.
DOMANDA:Conviene allora ricorrere alla fertilizzazione fogliare
RISPOSTA:La nutrizione fogliare non viene moto trattata, mentre a mio avviso è ideale nelle stagioni primaverili o autunnali; d’estate bisognerebbe praticarla a mezzanotte perchè la pianta abbia il tempo di rimettersi in equilibrio durante la giornata.
La concimazione fogliare può integrare in modo egregio la nutrizione radicale, li problema nella nutrizione fogliare però è che debbo imparare a trattare la pianta sempre allo stesso modo. Non possono permettermi di cambiare il metodo nutritivo delle piante, poiché esse sono abbastanza tolleranti, ma non ai punto che vorremmo noi. Se viene cambiata anche la frequenza dell’apporto di sostanze nutritive al terreno, possono aversi dei guai.
Ciò accade ad esempio quando il bonsai passa di mano dai vivaista o dall’allevatore ad una persona che l’ha acquistato. Il cambiamento produce spesso dei danni a livello delle foglie, che quasi sempre cadono, perché le condizioni dei nutrimento sono cambiate drasticamente, e questo li bonsai non lo ammette. Difatti per diventare un bonsaista occorre acquistare metodo, il ché vuol dire un’esperienza che viene a poco a poco registrata con l’intento di entrare in azione ai momento voluto.
Finora abbiamo più o meno esaminato la situazione che si verifica nel tessuto radicale, il trasferimento degli ioni, e adesso arriviamo ai punto che io ritengo fondamentale: I microrganismi.
Nei terreno, attorno alle radici degli alberi, abbiamo la rizosfera. Anche nei bonsai è quello spazio che va da qualche centimetro ad un millimetro dalla radice; poi abbiamo la planosfera, cioè la zona che va dal millimetro al contatto del pelo radicale. Queste due zone hanno un interesse fondamentale perchè in esse prolifera quasi tutta la microflora che nei terreno vive a contatto con le radici dei nostro bonsai. Ebbene questa microflora ha importanza enorme.
Quando sono stato a Berkeley ho saputo di un esperimento in cui delle piante venivano coltivate in condizioni di sterilità assolute, “sparando” neutroni nei terreno dove la pianta doveva essere allevata, ed altre invece in terreni trattati di proposito con microrganismi. Cerano delle differenze abissali: le piante nel terreno sterile erano addirittura dei moncherini mai cresciuti e facevano fatica a rimanere in vita, nell’altro si poteva notare uno sviluppo eccezionale. i microrganismi a mio avviso sono i motori dei bonsai.
C’è un indicatore biologico formidabile: il muschio che viene messo sopra il terriccio. Quando il muschio sta bene va tutto bene, quando il muschio sta male vuoi dire che le cose non vanno e quindi bisogna intervenire. Adesso vedremo come.
I microrganismi presenti nel terreno sono di un’utilità eccezionale, tanto è vero che la pianta spende metà della sua produzione fotosintetica (attraverso il floema, con cui trasferisce i soluti dalle foglie alla radice) per nutrire la microflora. Addirittura gli cede degli aminoacidi, che costano alla pianta un occhio della fronte come biosintesi, zuccheri (sotto forma di glucosio), acidi e, quello che è curioso, delle sostanze fitostimolanti, che il microrganismo trasforma e la pianta se ne giova per allungare la radice. Quindi è un connubio fondamentale.
Quando noi introduciamo del concime chimico, i microrganismi lavorano meno bene, ma comunque la pianta sopporta egregiamente questo apporto minerale e ne utilizza in un modo favorevole, il problema è quanto e quando. Per questo occorre acquistare quella pratica empirica che nasce dalle proprie metodologie, ovvero scegliere di concimare ad esempio ogni quindici giorni con una soluzione più o meno diluita. Di scelte se ne possono fare a piacere, l’importante è che una volta fatta la scelta, se non si riscontrano inconvenienti, si prosegua con quella.
Quando si va al mare, il bonsai lo si deve mettere in piena terra perchè non si rovini, infatti è probabile che se lo affidate a terzi è la volta buona che ve lo rovinano irreversibilmente, questo è il guaio. L’equilibrio nei vasetto dei bonsai è talmente delicato che se viene alterato, difficilmente si può recuperare: bisogna avere proprio un’attenzione particolare.
Arriviamo ai microrganismi, ai quali la pianta cede quelle sostanze preziose che sono gli elaborati fotosintetici, e che vengono proprio escrete dalle radici, i microrganismi sono vicini alla radice, e in quel millimetro di pianosfera sono molto ma molto densi, in quantità addirittura dieci volte superiore ai terreno della rizosfera, Questo per due motivi: uno, perché c’è un’interazione biochimica tra microrganismi e radici e quindi una mutua consociazione per vivere meglio; i microrganismi hanno un sistema biosintetico debole e vicino alla radice ne ricavano dei vantaggi.
La pianta invece quando ha questa guaina dl microrganismi si salva dall’aggressione da funghi patogeni. Infatti sono molto più numerosi i batteri rispetto ai funghi, tanto che i funghi patogeni generalmente non riescono ad entrare. Se per disgrazia io gli diminuisco la guaina facendo delle pratiche inconsuete, come dare troppa acqua o facendo altri guai, può capitare un’infezione radicale, anche se non è detto che capiti sempre, nonostante i patogeni ci siano comunque.
In una simile evenienza, uno dei trucchi è di aiutare la microflora. Un modo è quello di somministrare del triptofano, che è un aminoacido utilizzato dalla microflora, ed è molto importante anche per noi (ci regola l’attività cerebrale, tra l’altro). Mettendo nel terriccio, a cucchiaini da caffè, dei germe di grano compostato a parte, voi date alla microflora che vive in quella zona un’espansione formidabile; e poiché, come abbiamo visto, la microflora si comporta nei confronti dei patogeni come una potente barriera difensiva, la microflora patogena non riesce a penetrare e quindi il bonsai è protetto.
DOMANDA: non posso mettere a compostare il germe di grano nel terriccio?.
RISPOSTA: il germe dl grano deve compostarlo a parte, perchè altrimenti la microflora mangia tutto l’azoto e questo va a favore della microflora e non del bonsai. Durante il compostaggio avvengono delle ossidazioni, e quando li materiale è ben ossidato, cioè humificato, lo si somministra al bonsai. Può essere usato in autunno o in primavera, in modo tale da arricchirne il terriccio. Compostarlo bene vuoi dire mantenerlo umido, ma non eccessivamente, e che in finale non abbia degli odori sgradevoli, bensì un lieve odore di fungo.
Poiché la pianta spende tante energie per nutrire i microrganismi, potrebbe essere vantaggioso aggiungere un mezzo cucchiaio di zucchero nell’acqua della prima innaffiata o di tanto in tanto, in modo da migliorare la microflora. C’è però un pericolo legato al fatto che il dosaggio dello zucchero è veramènte delicato, L’ideale sarebbe metterne pochissimo, poi di volta in volta aumentare, verificando quel famoso muschio che è l’indicatore biologico.
Senza muschio io non saprei come muovermi. C’è ad esempio l’inconveniente che irrigando li terriccio, come dobbiamo fare spesso, con acqua dl rubinetto, a poco a poco nei terriccio si accumula li calcare, e sono guai a non finire: il muschio dà, almeno due mesi prima, il segno del disagio da eccesso di calcio con quella crosticina bianca superficiale.
Il mio entusiasmo nei confronti della radice e del pane di terra nei vaso bonsai è dovuto al fatto che costituiscono un laboratorio così raffinato e interessante dove uno può studiare tutta la vita ed avere di continuo delle opportunità per trarne delle indicazioni.
Ci sono batteri ammonificatori, che in presenza di sostanze organiche liberano dell’ammoniaca, la quale poi parallelamente subisce una ossidazione ad acido nitrico. L’acido nitrico viene utilizzato molto dinamicamente. C’è solo un inconveniente: l’acido nitrico non rimane nei vaso bonsai, se asportato da un eventuale eccesso di acqua, non rimane cioè trattenuto in quella “goccia” di cui vi ho parlato; ecco perché bisogna stare molto attenti anche nella pratica dell’irrigazione. Se io bagno il vasetto dei bonsai troppo ogni volta, tutto il buono, come si suoi dire, se ne va dai foro di drenaggio. Pertanto devo andare con cautela, oppure quel “tot’ che il bonsai perde devo rimetterlo, in modo tale da mantenere un equilibrio.
L’acido nitrico (sotto forma di nitrati) è fondamentale per la nutrizione delle piante, difatti non a caso voi potete vedere che dei bonsai appena usciti dall’inverno, durante il quale la microflora è rimasta In un certo senso statica, come iniziano i primi calori e voi aggiungete piccole dosi di nitrati, rinverdiscono in un modo eccezionale.
Nei caso delle leguminose, ci sono microrganismi che vivono facendo dei noduli sulle radici e riescono a rendere disponibile alla pianta delle sostanze azotate addirittura dall’azoto atmosferico.
Si tratta quindi dl un laboratorio immenso, dove voi potete trovare ogni “ben di Dio”. Attenzione però: io vi ho descritto i vantaggi, ma ci sono anche degli inconvenienti, nel senso che qualche pianta, oltre alle sostanze utili, oltre alla cooperazione con i microrganismi, produce sostanze tossiche che libera nei terreno. li pesco, che è l’esempio più noto, produce i’amigdalina, ricca di acido cianidrico. Quando voi togliete un pesco dal terreno non potete mettere un’altra pianta al suo posto, perchè la presenza di questa amigdalina la farebbe morire. L’acido cianidrico è infatti uno dei peggiori veleni.
Di qui la raccomandazione dl non usare terricci scartati da precedenti rinvasi, a meno di non arricchirli con del buon terriccio fresco.
In questa conversazione ho sottolineato l’importanza della microflora, che costituisce il fulcro per la crescita dei bonsai. Ci sono però altri aspetti da considerare: la radice consuma ossigeno, difatti non è possibile lasciare la radice immersa nell’acqua per lungo tempo. Allo stesso tempo però non lasciate essiccare la radice, cosa che vi fa morire il bonsai.
DOMANDA: Se lascio il terriccio coperto di muschio, rischio di far morire le radici dei bonsai?.
RISPOSTA: il muschio è un organismo aerobico, pertanto se sotto, nei terriccio del vaso, non ci fosse ossigeno, il muschio immediatamente morirebbe. Quindi quando lei trova un bel muschio vuoi dire che tutto va bene. E’ l’indicatore biologico, poiché è evidente che quando il muschio sta bene vuoi dire che la respirazione c’è.
Lo stesso vale per l’erba considerata infestante. C’è una cosa curiosissima:
l’erba che cresce, in qualche modo aiuta la radice della pianta arborea. Innanzitutto c’è da fare una distinzione, io vi ho parlato della radice delle dicotiledoni, mentre le monocotiledoni hanno radici un pechino diverse. Ebbene, queste radici hanno un altro tipo di microflora e dall’interazione della microflora tra le due radici ne viene fuori un beneficio. A meno che l’erba non cresca più dei bonsai; in quei caso il bonsai è parassitizzato. Un pochino di erbe infestanti non si devono vedere dl malocchio.
Vi è poi una cosa da osservare: al tempo della fruttificazione la microflora aumenta ai massimo. Se voi andate ad analizzare le cariche microbiche attorno alla radice nella pianosfera, riscontrate un aumento della densità batterica proprio al momento della fruttificazione, quando si sviluppano e crescono i frutti, dopodiché, tolti i frutti, si ha un progressivo ritorno alla normalità. La pianta Infatti, oltre alle sostanze nutritive, ha un bisogno estremo dl sostanze fitostimolanti, poiché deve sopportare la “fatica” di far crescere il frutto, che in un’ultima analisi è un concentrato di sostanze nobili. Pertanto, come prima cosa, nel coltivare bonsai ci vuole entusiasmo, seconda cosa, uno spirito d’osservazione che deve essere spinto ai massimo, avere curiosità, andare a chiedere consigli, soprattutto ad altri bonsaisti che hanno esperienza, e terzo imparare senza possibilmente generalizzare troppo, poiché spesso le necessità delle diverse specie vegetali sono opposte, o almeno differenti. Chi alleva conifere, si specializzi possibilmente nelle conifere, chi le latifoglie, si orienti in quella direzione.