Intanto vi ringrazio per essere venuti. Vorrei dirvi due parole per spiegare li mio concetto di “tecnica superiore’. Chiarisco subito che non sono d’accordo sulla semplicità di certi “corsi di base” che insegnino solo i “gesti” della coltivazione bonsai e penso che talvolta sia opportuno un diverso approccio che riparta da zero. I gesti, cioè gli interventi, sono di per sé indubbiamente utili, ma se non si conoscono le sottili ragioni per cui vanno fatti c’è il rischio che abbiano scarso risultato. In questa ottica la padronanza dei motivi che ne giustificano l‘esecuzione costituisce il livello razionale, o meglio superiore, della tecnica bonsai.
Quello che mi sta a cuore è perciò arrivare a capire quali siano le ragioni per fare quello, oppure quell’altro gesto, fino a che diventi quasi “automatica” Fa scelta dell’intervento e del tempo più appropriato in vista dei risultato che alla lunga si vuole ottenere. Questo mi obbliga a tornare indietro, all’essenza dei materiale vegetale, a ragionare di cose in apparenza semplici; ma è perché alla base della coltivazione bonsai (cioè l’uso di materiale vegetale, appunto) c’è una logica fondamentale ed un insieme di situazioni, la cui conoscenza può rivelarsi determinante nei momento di scegliere come procedere. Perché allora accontentarsi di appiccicare delle nozioni, quando è possibile “entrare” nell’albero e guidano nel diventare un bonsai, utilizzando al meglio la sua stessa funzionalità?
Cercherò di riassumere brevemente alcuni di questi concetti, tanto per inquadrare l’argomento.
La base su cui si fonda tutto il comportamento della natura? compreso il mondo vegetale, è l’economia, L’uomo è dispersivo, fa le cose perché gli piacciono; a natura fa solo le cose che rendono meglio. Perciò, se deve scegliere tra due comportamenti sarà naturalmente privilegiato sempre il comportamento funzionale più efficace e “redditizio”. Questo semplifica enormemente le cose dal punto di vista del bonsaista.
In tale logica infatti se di due rami “fratelli’ ad una biforcazione vorrei tanto che fosse proprio questo ramo a crescere maggiormente, io non ho che da lasciarlo integro e rendere meno redditizio l‘altro, e inevitabilmente la pianta farà crescere quel ramo li e quest’altro lo lascerà indietro.
Siccome per una pianta il rendimento (l’economa) consiste nel produrre zuccheri, cioè fare fotosintesi, In che modo io posso farle sentire che uno di quei due rami rende di meno? Riducendo la sua superficie fogliare.
Dove io taglio parzialmente delle foglie, ovviamente si riduce a fotosintesi, e quello che io chiamo Immaginario computer dentro la pianta valuta la situazione e allora decide che merita privilegiare la crescita di un ramo col fogliame integro perché quello è un ramo che rende, mentre quest’altro, dal quale scende invece poco zucchero, può anche andare a farsi benedire perché tanto non è così importante, così con un intervento in fondo semplice raggiungo esattamente o scopo che mi aspettavo.
L’errore che si commette qualche volta è dimenticare che i rami alti crescono e reagiscono più rapidamente e vigorosamente di quelli in basso. Quando me ne rendo conto e accorcio questi rami, per contenerne la lunghezza ed il vigore eccessivi rispetto a quelli in basso, corro Il rischio di ottenere l’effetto opposto.
Bisognerebbe aver cimato prestissimo i germogli alti, mentre sono ancora erbacei, alla prima o seconda foglia, in modo da bloccarne la crescita. Ma questo conviene farlo solo su dei soggetti con la ramificazione periferica “finita” e fitta.
Dopo la cimatura di rami già maturi, io avrò invece una risposta molto rapida, e i nuovi germogli che si formano dove ho tagliato producono delle citochinine, ormoni che richiamano abbondanti sostanze energetiche e ne esaltano lo sviluppo. A causa di ciò il ramo che li porta viene privilegiato dalla pianta a danno degli altri. Capita quindi di vedere che, pur accorciato, questo ramo si è arricchito in punta e continuerà a crescere sempre troppo. La cimatura, che in questo caso agisce come stimolo a produrre nuova vegetazione, a complicare le cose.
Ecco allora un suggerimento, che nasce da questa logica: di norma, quando si tratta di equilibrare lo sviluppo tra l’alto ed il basso, Il comportamento da seguire (a sviluppo già avviato) è quello di cimare appena appena i rami in basso; perché, specialmente se si stanno allungando, la risposta è un paio di germogli vicino a dove io ho tagliato.
Sopra Invece si deve diradare la vegetazione. Il che significa ridurne la superficie fogliare (senza mai accorciare subito il ramo) oppure tagliare il ramo sopra un suo eventuale germoglio attivo (quando la pianta ha un minimo di struttura, è facile che sul rami alti si siano già formati dei germogli laterali).
E’ noto Infatti che nell’accorciare un giovane ramo in crescita l’eliminazione della sua gemma apicale porta alla rapida comparsa di nuovi rami. Quando invece lo si taglia sopra un suo germoglio attivo, lasciato integro, la gemma apicale di quest’ultimo produce queIl’auxina che continuerà a Impedire per un certo tempo la formazione di nuovi germogli.
Così, mentre ottengo di ridurre il ritmo vegetativo in alto, sotto, avendo cimato, avrà nel frattempo in risposta un aumento della vegetazione. D’altra parte lo scopo di tutto questo è di armonizzare li diametro dei vari rami, in modo che quelli bassi, che sarebbero lenti nel crescere, possano raggiungere una dimensione maggiore e quelli alti, che crescerebbero in fretta, restino invece più minuti e sottili.
In fondo, il modo per ottenere l’ingrossamento di un ramo è quello di farlo percorrere da molta linfa; ma poiché sono le foglie, che con la loro traspirazione muovono la linfa grazie ad una azione “aspirante” (un vuoto relativo) che è tanto maggiore quanto maggiore è il loro numero e dimensione, allora va da sé che se io voglio far ingrossare un qualsiasi ramo, lascerà che si allunghi il più possibile. Cercherò inoltre di fare aumentare il numero delle sue foglie cimandolo all’estremità, ma non solo:
se questo non bastasse metto in atto il trucco di educarne un tratto col filo e poi dirigerlo all’insù. Il fatto stesso di crescere verso l’alto pone tale ramo in una situazione di privilegio: ne verranno fuori rapidamente dei germogli, ed esso avrà globalmente un gran numero di foglie vigorose e quindi un potere di aspirazione enorme rispetto ai rami alti, ai quali non tolgo completamente le foglie, ma ne riduco eventualmente ad un quarto la superficie.
Il picciolo delle fogne va lasciato (cadrà da solo più tardi), anche perché nello strapparlo si rischia di danneggiare la gemma che c’è alla sua ascella in quanto alla riduzione della superficie, dipende anche dal tipo di pianta, da quanto grande è, da quanto grandi sono le sue foglie, ecc.
E’ chiaro che io ml riferisco ad una fase di formazione (soprattutto delle latifoglie), quando ho ancora il problema di rendere ben proporzionati diametri dei vari rami, in basso e in alto; che in tale fase le foglie siano grandi o gli internodi siano lunghi, non ha quindi nessuna importanza. L’unica cosa che conta in quel momento è appunto il diametro delle varie parti, soprattutto nel loro tratto vicino al tronco che verrà utilizzata per creare la struttura del bonsai.
Ricordiamoci che ogni ramo nella sua struttura In pratica simula quella di un albero e quindi ha delle proporzioni che vanno rispettate: si può considerare nudo per circa un terzo della sua lunghezza, cioè fino a dove parte Il primo ramo laterale, e di li in avanti, a distanze sempre più ravvicinate, nascono gli altri (sempre più sottili e corti) che si protendono all’esterno delle curve e possibilmente alterni (o guidati alterni). E’ molto importante (oltre alla conicità) rispettare quindi le proporzioni (le misure della struttura) e i ritmi, che sono la cadenza (cioè la distanza variabile con la quale si biforcano i rami fino a creare il profilo della chioma. Si può notare che è l’armonia di tutto questo insieme a far apparire bello (cioè credibile) un bonsai e ne definisce la fisionomia. Questo vale sempre, per ogni tipo di pianta.
La mancanza di corrette proporzioni rende assurda e incongruente l’immagine di un bonsai. La coerenza del disegno è fondamentale per ottenere l’armonia.
DOMNIDA: Per riuscire a tenere corti gli internodi, è sempre una questione di luce, acqua e concime? Ci sono altri sistemi?
RISPOSTA: Tener corti gli internodi è una questione di corretta coltivazione, quindi dipende dai tre fattori: luce, acqua e concime; ma la cosa importante è che ogni tratto diramo abbia la giusta lunghezza. Questo si ottiene con una successione di potature o cimature.
Certe piante, ad esempio il tiglio, In condizioni normali fanno delle cacciate che si allungano molto svelte, Nel caso del melo poi, è inconcepibile che faccia dei rametti sottili: se devono reggere dei grossi frutti, i rami dovranno essere robusti. Gli internodi potranno essere più o meno vicini, ma il diametro consistente.
La costruzione di ogni ramo in simili bonsai avviene per fasi successive; bisogna lasciarlo crescere, fargli raggiungere i diametro voluto, e poi accorciarlo molto. Di tutto quel ramo lasciato crescere, se ne tiene solo una breve porzione, con una cautela: di tagliarlo quando il legno è maturo.
Voi sapete che, parlando di internodi, sui ramo di un anno, le uniche gemme possibili sono quelle all’ascella delle foglie. Quindi è chiaro che se io lo taglio in un qualsiasi tratto dell’internodo (privo di gemme) o non avrò nulla, assolutamente. Mentre invece se io aspetto che quei ramo sia maturo (I’ideale è che passi un inverno) e lo taglio corto l’anno dopo, all’estremità di quei mozzicone è molto probabile che vengano fuori dei germogli, di cui potrò usarne uno come proseguimento del ramo, e con un altro farne un suo primo ramo laterale. A seconda di dove io taglio, tenuto conto che i nuovi germogli compariranno all’estremità, riuscirò a far apparire gli internodi corti corti.
Un’avvertenza. Se si taglia in autunno c’è il rischio che durante li gelo dell’inverno la porzione estrema di quel rametto si secchi, l’deale è farlo alla fine dell’inverno, dopo periodo delle gelate pericolose; inoltre la fine dell’inverno è un momento magico, perché la pianta è carica di zucchero, ha tutte le riserve accumulate anno precedente, e non è ancora in vegetazione.
Questo alla fine dell’inverno è un momento buono in cui potare, per far sì che compaiano delle gemme dai legno vecchio, un po’ su tutta a struttura; quindi si hanno maggiori probabilità che vengano anche fuori esattamente dove serve.
DOMANDA: questo ha qualcosa a che vedere con la creazione di un soggetto nello stile a scopa?
RISPOSTA: è così. Si deve tagliare a gennaio o a giugno: proprio nel momento In cui la pianta è carica di zucchero ed è a riposo. Per fare una scopa non puoi tagliare a marzo o ad aprile quando la vegetazione è partita. Quando prendi una zelkova o un olmo e ne mozzi li tronco nel momento giusto, vengono fuori una quantità di gemme; di queste la maggior parte spunta dal meristema del cambio all’orlo dei taglio. Non tanto perché in quel momento risponda vicino a dove hai tagliato, bensì perché quello è Il punto più in alto e privilegiato della pianta.
La cosa sulla quale vorrei insistere è la differenza che c’è tra i’intervenire prima che parta la vegetazione e dopo che la vegetazione è iniziata.
Nelle latifoglie, il germoglietto che sta vistosamente allungandosi impiegherà, secondo il tipo di pianta, da una settimana a venti giorni per raggiungere la lunghezza definitiva, Se io lo accorcio mentre sta crescendo, ma è già in parte lignificato, esso produrrà uno o due germogli che partono vicino a dove lo ho tagliato: questo è normale.
Se però aspetto a tagliare che quel germoglio sia diventato un rametto completamente maturo, con e foglie belle verdi, ma soprattutto con la gemma apicale che non dia più origine a nuovo sviluppo, avrò una risposta più generalizzata. Molte gemme compariranno un po’ dappertutto sulla struttura, non soltanto dove io ho tagliato.
Per inciso, è chiaro che l’intervento deve interessare una buona parte della chioma, guai se tagliassi solo un ramo e lasciassi tutto il resto della pianta a funzionare.
Non dimentichiamo l’economia, La pianta nasce, cresce, si protende alla luce per far zuccheri; l’entità del rendimento di ogni sua parte è stabilita In funzione di quanto zucchero produce. Poiché questo ramo, che è stato interrotto, rende poco in zucchero, e tutto il resto invece è funzionalmente efficace, è ben facile che la pianta quel ramo lo abbandoni. Alcune essenze sono più severe, alcune più ‘tolleranti”, ma lo spirito generale è quello. Quindi bisogna tagliare abbastanza uniformemente su tutta la pianta.
Tenendo presente i due diversi modi di reagire ho due vie aperte, semplicissime: io devo solo fermarmi a pensare cosa voglio ottenere, e decidere; “Quando devo tagliare”.
Allora, cimare a fine inverno (prima del risveglio) un olmo ben fatto, ricco rischia di essere un’assurdità perché fa esplodere una quantità di gemme indesiderate alla base dei rami, che devo perdere delle ore per eliminarle.
Mentre d’altro canto se io voglio che sul tratti nudi di un pino spuntino nuove gemme dovrò potarne i rametti solo dopo che siano completamente maturi.
In realtà il problema dei pini è uno di quelli che coinvolge maggiormente anche perché le informazioni sui libri sono spesso incomplete.
Cimando soltanto le candele, anche se prima nella parte bassa, poi nella parte mediana, poi in quella aita, la vegetazione diventerà sempre più fitta dove io avrò cimato, però di gemme indietro non ne verranno, o molto  poche.
Qualsiasi tipo di cimatura o potatura delle differenti essenze io abbia preso In considerazione finisce col confermare che se taglio quando la pianta è In vegetazione la risposta è vicina al punto di intervento.
La candela è una manifestazione tipica dello sviluppo, del momento cioè in cui il germoglio si sta allungando. Quando io tolgo una candela dov’è la risposta? alla sua base, esattamente come quando interrompo un rametto di latifoglia che sta crescendo, e i primi germogli che si formano sono vicini a dove taglio.
Dopo tanti anni di esperienza nelle latifoglie mi sono reso conto che la soluzione stava proprio nell’eseguire gli interventi in situazioni fisiologiche differenti. Consapevole della coerenza della natura ho pensato che le cose avrebbero dovuto funzionare anche per il pino.
In realtà cosa succede in queste conifere? Una prima generazione di gemme, le prime candele, lo non le tocco. In condizioni normali una candela che nasce in primavera è matura a metà/fine giugno. Tagliando i rametti maturi in questo periodo, essendo la pianta in vegetazione, dopo 3-4 settimane compaiono delle nuove gemme sulla vecchia struttura.
Una possibile alternativa, quando serve che una pianta ancora in formazione cresca rapidamente, è rimandare il lavoro a fine agosto/metà settembre ai massimo, quando si ha una analoga situazione fisiologica. Bisogna infatti considerare che nelle conifere, quindi anche nei pini, gli aghi costituiscono il fogliame. Sarà meno energica la loro funzione rispetto a quella di una foglia più ampia, però bene o male producono zucchero. Vogliamo irrobustire la pianta? Oltre a fertilizzarla, come dice il Krekeler, lasciamogli a lungo le foglie, perché è in esse che avviene tutto il meccanismo di fotosintesi, sia degli zuccheri che di aminoacidi, di proteine, di tutto quello che serve per fare i nuovi tessuti.
DOMANDA: Quale può essere la risposta del pino se intervengo solo su un ramo.
RISPOSTA: Anche in questo caso il procedimento deve coinvolgere tutto il soggetto, altrimenti è inevitabile che la pianta “senta” la differenza di rendimento tra i pochi rami trattati e quelli rimasti intatti e di conseguenza abbandoni i primi, lasciandoli seccare.
C’è una analoga ragione per mettere il filo alle conifere di preferenza in autunno o alla fine dell’inverno. Se o faccio questo lavoro destate e poi non metto in atto delle cautele molto serie, è inevitabile per la pianta, che il quei momento si sta aspettando un elevato rendimento dalla chioma, abbandonare quel ramo, sul quale ho messo il filo e l’ho piegato, e al cui interno la linfa scende con tanta maggiore difficoltà, uno stratagemma potrebbe essere quello dì strapazzare un poco tutti i rami;
se disturbo il flusso della linfa dappertutto, anche senza mettere il filo, la pianta avverte solo che il calo di zucchero è generalizzato e non può prendersela con una minoranza di rami e farli seccare.
DOMANDA: quando vengono parecchie gemme vicine non è forse come quando sugli alberi grandi in natura spuntano gli “scopazzi di strega”.
RISPOSTA: queste formazioni sono un aspetto patologico pare dovuto a certe sostanze (simili alle gibberelline) prodotte da funghi o altri patogeni che aggrediscono la pianta.
La caratteristica di queste sostanze è di stimolare la moltiplicazione delle cellule. Quando agiscono sui tessuto meristematico esplodono una quantità di germogli, ma per la rapidità con cui tendono a crescere e potendo contare su dei vasellini di una capacità relativamente ridotta, danno origine a questa struttura molto minuta che fa pensare allo scopazzo.
Ci sono dei punti critici sulla pianta dove i germogli vengono più facilmente che non in altri. Questi punti sono: le biforcazioni, e cicatrici, cioè tutti i tessuti che in qualche modo sono stati sollecitati e che hanno prodotto dei tessuti nuovi, Qui restano infatti dei brandellini di meristema, cioè di tessuto embrionale.
Parliamo di altre conifere. Anche nel ginepro, per stimolare la produzione di germogli all’indietro, bisogna usare le forbici, ma farlo a febbraio, prima che la pianta parta. Tagliando prima che la pianta cominci a vegetare, vengono fuori gemme dal legno vecchio. Naturalmente, per questioni di rendimento, la tendenza della pianta sarà quella di formare la maggior parte delle gemme dove li legno è “meno vecchio”; e allora sui ramuli che costituiscono il palco, più giovani del resto della struttura dell’albero, spunteranno una quantità germoglietti.
Purtroppo, avendo tagliato con le forbici, resteranno dei segni su vegetazione, ma la rapidità con cui crescono i nuovi germogli (questi saranno poi pizzicati al momento opportuno) sarà tale che per metà estate o anche prima, il palco sarà di nuovo tutto verde e fitto.
Vorrei ora parlarvi di un mio tentativo è di equilibrare la crescita sui pini seguendo il criterio valido per le latifoglie, dove se voglio che in basso sviluppo della pianta sia più intenso, e sia rallentato in alto, controllo il flusso della linfa, cioè ricorro alla riduzione della superficie fogliare.
Proprio la scorsa primavera sono intervenuto sulle candele in basso fino a metà pianta, mentre nella metà superiore, come prima cosa, ho interrotto lo sviluppo delle candele troppo vigorose, spezzandone solo la punta. La vegetazione ha un brivido, arresta momentaneamente il suo sviluppo; allo stesso tempo però ho tagliato con le forbici a poco più di un centimetro tutti gli aghi nella metà superiore. In un secondo tempo, dopo i soliti quindici giorni, sono intervenuto anche sulle candele in alto; alcune delle più vigorose che avevo già interrotto le ho accorciate o tolte, e le altre le ho accorciate dove mi andava bene.
Resta da controllare se il fatto di aver tagliato gli aghi ha sufficientemente rallentato il flusso della linfa e di conseguenza anche io sviluppo delle candele. Se così fosse è un altro piccolo passo verso l’ottenimento di un buon equilibrio.
Come chiusura di questo argomento, vorrei dire che sono rimasto sconcertato quando si è cominciato a dire che per far venire le gemme indietro sui pini bisognava strappare gli aghi per dar luce al ramo.
Alla base degli aghi del pini non ci sono gemme, come invece ci sono quelle ascellari alla base delle foglie. Quindi non c’è da aspettarsi che nascano spontaneamente dei germogli alla base degli aghi, dove però ci sono dei grumi di cellule meristematiche embrionali che eventualmente (se stimolate In modo adeguato) sono in grado di trasformarsi in gemme. E’ importante non danneggiare quei grumi di cellule, e l’idea di strappare gii aghi, sapendo che nei farlo si rischia un trauma al meristema, mi sembrava un po’ un controsenso. Piuttosto tagliarli.
Io non nego l’evidenza: se i giapponesi dicono che sì fa così, e i giapponesi hanno dei bei bonsai, verosimilmente qualcosa di giusto c’è. Però io considero che, come alternativa, anche tipo di trattamento da me proposto sia piuttosto efficace. Dopo averlo applicato sui miei pini ho l’impressione che i loro palchi, inizialmente molto semplici di struttura, adesso sono coperti da bei materassino verde abbastanza sottile, e quindi come scappatoia alla seccatura (e al rischio) di strappare gli aghi, mi sembra ragionevole usarlo.
DOMANDA: mi crea una certa confusione la proposta del suo libro di accorciare di molto i rami lasciati crescere in precedenza. Non rischio così di sprecare tutto il lavoro fatto per arricchire la ramificazione?
RISPOSTA: L’indicazione è riferita alla fase di formazione, quando il tempo ed il lavoro sono dedicati alla creazione dì una struttura solida e ben proporzionata.
Prima ho infatti accennato che la struttura di ogni ramo è simile a quella di un albero; secondo un tale schema per un tratto (circa un terzo dell’altezza di tutto l’albero) in basso il tronco è nudo, poi c’è il primo ramo; salendo di una porzione un po’ più corta di quella sottostante esce li secondo ramo, l’intervallo per arrivare al terzo è ancora un po’ più breve, e così via.
Analoghe proporzioni vanno ripetute su ognuna delle branche, per costruire i suoi rami laterali. il primo tratto di un ramo è infatti nudo (anche perché essendo all’interno della chioma non vi arriva luce, e quindi per la pianta è inutile fare delle foglie che non produrrebbero zucchero) in compenso però a quel punto inizia a dividersi la ramificazione che porta il fogliame all’esterno. Poiché nel bonsai occorre che le proporzioni siano credibili, non si deve semplicemente cimare ai margine del profilo della chioma: la vegetazione periferica col tempo diventa un groviglio fitto, mentre all’interno i rami restano nudi e perlopiù privi di conicità.
Per costruire invece una buona struttura, quando il bonsai è in formazione, lascio che i rami crescano lunghi quanto serve perché raggiungano il diametro corretto, poi guardo il mio “gioiello” e li taglio ognuno a occhio e croce un terzo di quello che immagino debba essere Il loro sviluppo totale entro la sagoma della chioma. E devo tagliare in fase di vegetazione, perché allora partiranno due germogli, di uno di questi o farò il proseguimento dei ramo, dell’altro il suo primo ramo laterale. Questi due rami vanno poi fatti crescere in modo asimmetrico fino a che il diametro si raccordi con quello retrostante.
Forse per ottenere il giusto spessore di quel primo tratto di ogni ramo ho dovuto far passare due anni, ma per il secondo (che deve essere più sottile) probabilmente bastano pochi mesi, e sempre meno per i successivi. Ad ogni biforcazione inoltre i’intervallo è un po’ più corto di quello precedente nel frattempo avrò anche cimato più volte adeguatamente tutta la nuova ramificazione laterale, della quale comincerà a distinguersi la trama, ecco che così si forma una struttura armoniosa, dotata delle giuste proporzioni di una ragionevole conicità.
A seconda del grado di evoluzione di un bonsai, bisogna intervenire con le cimature in modo differente, specialmente nell’acero. Nei soggetti la cui vegetazione ha già una struttura gradevole e completa è bene che le foglie siano le più piccole possibile e che non vengano fuori dei rami. in primavera o nella seconda fase vegetativa, ad ogni germoglio in crescita si aprono le prime due foglie: se ne acceco il fusticino a questo momento naturalmente io costringo a restare cortissimo con delle foglie piccole.
Nell’acero, il terzo giorno in genere si aprono le prime due foglioline: intervengo, entro il quarto giorno sono ferme, poi un poco per volta distendono, però il fusticino non si allunga, se non impercettibilmente.
Con la comparsa dei secondo palo di foglia, il rametto alla base nel frattempo è più che raddoppiato in lunghezza, e quindi le prime foglie risultano troppo lontane. è per questa ragione che bisogna essere estremamente solleciti.
Qualora non si arrivi in tempo e già il rametto sì sia allungato troppo, non conviene tagliarlo via, quel germoglio va accecato all’apice per fermarne la crescita, e solo dopo un certo tempo lo si può eliminare. Avendo fatto passare il tempo disponibile per completare a sua maturazione, il rametto ha preparato delle gemme vicino alla sua base. Una volta tolto, di lì partono dei germoglietti sui quali si potrà procedere come detto all’inizio. E’ un gioco di pazienza. bisogna fermarsi e pensare: c’è sempre una soluzione possibile.
DOMANDA: Quali sono i momenti migliori per scavare esteticamente una parte legnosa di un certo diametro, che si è dovuto accorciare
RISPOSTA: i periodi giusti vanno scelti con un piccolo ragionamento sulla base di cosa si vuole ottenere. Se è semplicemente per togliere del materiale morto ai suo interno, Io si può fare in qualsiasi momento, se invece il problema è quello di farne cicatrizzare i margini, è chiaro che farlo d’inverno non serve a niente perché i tessuti preposti alta riparazione, cioè i meristemi del cambio, sono in anestesia e quindi non in grado di reagire.
Questo è un altro dei concetti che seconda me sono da tener presente: se io voglio togliere delle parti che non servono e devo solo liberarmene, l’intervento si può fare quando si vuole. Comincia a diventare un pochino più complicato quando dall’intervento mi aspetto una determinata reazione. E allora devo considerare quale è il momento fisiologico della pianta e come verosimilmente reagirà ai mio intervento. Prendiamo il caso di una pianta sana, già esteticamente corretta: i’importante allora è che la ferita possa cicatrizzare bene e completamente, per cui l’intervento deve esser fatto quando i tessuti coinvolti nella riparazione vengano ben nutriti dalla linfa che scende, e ciò accade solo se la pianta è in vegetazione e la parte soprastante la ferita è ricca di fogliame